venerdì 2 dicembre 2011

Kafka: "Il silenzio delle sirene"



 

L'equivoco dell'inganno

“Il silenzio delle sirene” parte da uno degli episodi più seducenti dell’Odissea. Kafka s’inventa però una versione tutta sua, essenziale.
Si sa: Ulisse si fece legare all’albero maestro per ascoltare il canto calamitante delle sirene, senza tuttavia farsi trascinare da loro e così dimenticare la patria, la sua famiglia, se stesso. Aveva turato le orecchie dei compagni con della cera, perché non sentissero nulla, neppure la sua voce implorante di scioglierlo e lasciarlo in balìa di quelle creature.
Kafka invece la racconta diversamente: anche Ulisse si riempie le orecchie di cera. Una beffa: le corde che lo stringono all’albero della nave devono alimentare il suo alibi. Così sfila davanti a quelle incantatrici, impassibile e vittorioso. Loro stanno cantando invano, lui crede, perché non sanno che non può sentire.
Ma le sirene tacciono.
Non si sa per quale motivo; forse un uomo come Ulisse si può sconfiggere solo con il silenzio, oppure si fermano rapite dal suo sguardo luminoso. Resta il fatto che “arma ancora più temibile del canto è il silenzio delle sirene”, perché è meglio perdersi avendo conosciuto la bellezza di quella melodia ammaliante, piuttosto che salvarsi senza averla mai ascoltata. L’eterno conflitto dell’uomo è accedere alla conoscenza in cambio di un avvitamento luciferino, un tonfo nell’inferno della consapevolezza.
Forse lui lo sa bene, forse Ulisse si accorge di questo inganno reciproco, di questo valzer degli equivoci che renderebbero inutili cera e catene. Ma è la prova che il Fato non può raggiungere il suo cuore, che lui ha il potere di sottrarsi a ogni iniziazione. Al rito che tutti gli altri uomini cercano nell’illusione di respingere la morte, di accedere ad altre dimensioni senza pagare pedaggio. Un’illusione che lui, cinico anche verso se stesso, non ammette.




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