giovedì 18 gennaio 2018

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Tra paesaggi e ninfee, le opere di Monet dal Marmottan di Parigi al Vittoriano di Roma

  Recensione della mostra 'Monet. Capolavori dal Musée Marmottan, Parigi' al Vittoriano di Roma dal 19 ottobre 2017 all'11 febbraio 2018 sul sito Finestre sull'arte

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Tra paesaggi e ninfee, le opere di Monet dal Marmottan di Parigi al Vittoriano di Roma


Recensione della mostra 'Monet. Capolavori dal Musée Marmottan, Parigi' al Vittoriano di Roma dal 19 ottobre 2017 all'11 febbraio 2018.
Monet. La mostra, ospitata dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 nella sede del Complesso del Vittoriano di Roma, raccoglie 60 opere di Claude Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), il grande padre dell’impressionismo, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi. Opere conservate gelosamente nella sua casa di Giverny e donate al Museo dal figlio Michel nel 1966. L’esposizione delle opere segue un doppio binario: quello cronologico e quello dell’evoluzione stilistica attraverso i grandi temi. Nella raccolta vi sono alcuni grandi capolavori come il Ritratto del figlio Michel da neonato (1878-1879), Ninfee (1916-1919), Londra. Il Parlamento, riflessi sul Tamigi (1905), Le rose (1925-1926).
Nella prima sala i disegni rappresentano il nascere e la consapevolezza del suo voler diventare artista. Si tratta di caricature, molte delle quali ricopiate, dove sono raffigurati personaggi noti del tempo (1855-1859). Nella stessa sala vediamo anche alcuni ritratti. Uno è del figlio Jean e gli altri tre raffigurano il figlio Michel da neonato e da bambino. Queste quattro opere mostrano già in modo chiaro quanto gli interessasse l’armonia dei colori e come la linea fosse una pennellata volta a rendere “l’impressione” piuttosto che alla rappresentazione fedele e accurata dei soggetti, tipica del Realismo.
Seguono i paesaggi, all’inizio nordici, di quell’abbagliante freddo del colore d’inverno, di neve e ghiaccio dei luoghi a lui familiari nei dintorni di Parigi e nella Normandia. Poi la svolta. Nel 1883 compie un viaggio in Liguria e nel 1884 si stabilisce per settantanove giorni a Bordighera. Scopre la luce del sud e ne rimane incantato. I colori si scaldano e diventano quelli del sole e di quel calore che fanno maturare i frutti. Il mare è di un blu intenso, le piante esotiche e brillanti. Nel Castello di Dolceacqua (1884) appare un altro elemento fondamentale della pittura di Monet, il ponte, che non è semplicemente la rappresentazione di una struttura architettonica, quanto un elemento usato per sezionare lo spazio della tela e ricomporlo geometricamente. Un motivo che ritroveremo nella sua produzione più matura, il ponte giapponese insieme all’arco di ferro del viale delle rose. Queste vedute sono riproposte più e più volte: sempre lo stesso soggetto e dallo stesso punto di vista. Cambiano le ore e quindi i colori e le ombre. Il colore è più denso e quasi plastico oppure trascolora e si alleggerisce nelle sfumature più tenui.
Tra i dipinti della mostra, celebre è quello del Parlamento di Londra che si specchia nel Tamigi. Monet non usava il nero e l’ombra del grande edificio si tinge di verde mentre il sole spunta tra le nuvole livide come dopo la pioggia e riflette lingue d’oro sul fiume. Venezia e Londra saranno i paesaggi più dipinti, ottenendo grande successo. 


 

Monet viaggiò assiduamente con l’ansia di vedere e trovare nuovi soggetti, soprattutto dopo il suo trasferimento a Giverny, nel 1883. Impossibile qui, non riportare le parole che Guy De Maupassant scrive sull’amico: “Lo scorso anno, in questo paese, ho spesso seguito Claude Monet in cerca di ‘impressioni’. Non era un pittore, in verità, ma un cacciatore. Andava, seguito dai bambini che portavano le sue tele, cinque o sei tele raffiguranti lo stesso motivo, in diverse ore del giorno e con diversi effetti di luce. Egli le riprendeva e le riponeva a turno, secondo i mutamenti del cielo. E il pittore, davanti al suo soggetto, restava in attesa del sole e delle ombre, fissando con poche pennellate il raggio che appariva o la nube che passava… E sprezzante del falso e dell’opportuno, li poggiava sulla tela con velocità… L’ho visto cogliere così un barbaglio di luce su una roccia bianca, e registrarlo con un fiotto di pennellate gialle che, stranamente, rendevano l’effetto improvviso e fuggevole di quel rapido e inafferrabile bagliore. Un’altra volta ha preso a piene mani uno scroscio d’acqua abbattutosi sul mare e lo ha gettato rapidamente sulla tela. Ed era proprio la pioggia che era riuscito a dipingere, nient’altro che della pioggia che velava le onde, le rocce e il cielo, appena distinguibili sotto quel diluvio”.
“Cacciatore di soggetti” anche grazie a una scoperta dell’epoca che segna un momento fondamentale per la pittura: l’invenzione del tubetto di colore che permise agli artisti di uscire dal chiuso dell’atelier, smettere di usare i pigmenti e dipingere en plein air, portandosi dietro il cavalletto da piazzare liberamente.
I soggetti di Monet sono quasi sempre acquatici. L’acqua con il suo mutevole baluginio tiene sospese le barche. Ci sarà un momento che Monet entrerà nel microcosmo segreto del suo giardino senza uscirne più. Nel 1890 l’artista riesce ad acquistare la proprietà di Giverny e dedicarsi alla sistemazione della casa e del giardino. Monet costruisce il suo paradiso personale, come sempre è identificato il giardino fin dalle prime righe della Genesi e in tutti i periodi dell’arte. 

 

E finalmente arriviamo alle ninfee. Quadri grandi, enormi, strani per noi abituati a vedere simili formati, a quel tempo, dedicati esclusivamente a composizioni corali, solenni rappresentazioni religiose o storiche. Sono grandi dipinti dove campeggiano le piante giardino, soprattutto le sue ninfee sospese sull’acqua ferma della vasca, come addormentata. Gli effetti mutevoli della luce in superficie mentre si intravvede la vita subacquea e il lento movimento dell’acqua stagnante.
Scrive Monet: “Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire le mie ninfee (…) Le avevo piantate per puro piacere coltivandole senza pensare di dipingerle (…) E all’improvviso mi si rivelò la magia del mio stagno. Presi la tavolozza. Da allora non ho quasi mai usato altro modello”.
Tra il 1918 e il 1924 Monet affronta le sue ultime opere divise in tre grandi cicli, i salici piangenti, il ponte giapponese e il clos normand, il giardino che separa la sua casa dal giardino d’acqua. Per Monet non è mai interessante rendere i particolari del soggetto. A lui non interessa distinguere le diverse parti del fiore o delle foglie. Noi guardiamo e riconosciamo quello che dipinge, in un’impressione. E dopo le ninfee ancora acqua dove vi si specchiano i molli rami dei salici piangenti, resi con colori diversi e densità diverse.
Infine le rose degli archi in ferro dipinti di verde del suo giardino o i glicini in fiore. Sono quadri di grande formato, quasi retabli, dove il colore si mescola alla forma e sembra nascere da una nebbia che non si può decifrare, ma ha colori inediti, mai visti, modernissimi. Il glicine come vaporoso, steso che sembra un acquerello, i gialli, i verdi acidi, colori inediti, puri. Una purezza senza nero. Monet ripete molte volte lo stesso soggetto finché le forme diventano indistinte, fino al punto del non ritorno: quel momento sottile in cui l’arte figurativa diventa astratta. L’intelligenza dell’allestimento di questa mostra ci pone di fronte a un’epifania, a un miracolo. L’arte figurativa viene superata, siamo qui, nel presente. Percepiamo il nuovo linguaggio, che è nostro.
L’ultima opera della sua vita (1925) è abbagliante. Un cielo azzurro su cui si stagliano rose e foglie. Monet nel 1912 è affetto da una cataratta che gli modifica in modo sostanziale la capacità visiva. Le sue pennellate diventano sempre più evidenti, materiche, e forse anche a causa di questo motivo adotta tele inusitatamente grandi, dove stendere soggetti come il ramo di rose dilatato contro il cielo. “A parte la pittura e il giardinaggio, sono un buono a nulla”, diceva Claude Monet e sembra di risentire le parole di Goethe: “Il giardino va inteso come una pittura”. Monet l’aveva capito in pieno.