sabato 3 dicembre 2011

Ricordo di Jorio Vivarelli



In occasione dell'inaugurazione della mostra  "Iorio Vivarelli, ritratti 1940 - 1940", Museo Marino Marini, Pistoia, 18 dicembre 2010



Sono ormai tre anni che vivo lontano dalla Toscana. Lontano per modo di dire: Roma è dietro l’angolo, ma la mia Toscana è così lontana dal vociare festoso della capitale, così sfumata, i suoni più sommessi e i suoi profumi così tenui, che mi sembra aver vissuto in un altro mondo.
Ero già a Roma quando ho saputo della morte di Jorio Vivarelli. Non ho voluto sapere e ho cercato di rimuovere questa notizia che mi faceva male. La mia mente era ancora tutta dentro una mattina d’estate, così calda, e il Maestro sempre gentile e disponibile a parlare con me. E’ come se tutto si fosse fermato  quel giorno. I miei ricordi stanno bene così.
Mi spiace non poter essere qui oggi e mi sembra di immaginare le figure che popolano questa mostra. I ritratti della sua giovinezza, quelli che disegnò quando aveva  diciotto anni, quando era in Guerra  e poi su,  fino alla soglia dei trentanni. Ritratti pieni di nostalgia per quello che aveva lasciato a casa, la sua terra, le persone amate, prima di tutto sua madre. Disegni carichi di affetto, quindi, e allo stesso tempo pieni di paura, il terrore  che incute la Guerra, il Male. L’angoscia che si vedrà sempre nell’urlo di Cristo dei suoi grandi bronzi. Lui che inseguiva il brutto-bello come nei giochi di bambini, sapeva mescolare con abilità tutti gli aspetti della vita. Le madri, le croci disabitate, i denari, i profili ridenti di persone, con addosso ancora i tratti dei loro più antichi progenitori etruschi.
Una delle caratteristiche principali dell’artista è che la sua arte è sacra.  E non solo per i temi trattati, ma proprio per le atmosfere stupefatte e piene di mistero, per quel senso malinconico che affonda radici profondissime nei bisogni più profondi dell’uomo: l’infinito, il tempo senza tempo, l’immateriale, il Bene.
La sua produzione  è caratterizzata da molte opere il cui tema investe la sfera religiosa. Temi che provengono dalla Bibbia e dai Vangeli, indagati, scarnificati, tradotti nella materia con tratti vigorosi, ancorati alla tradizione contadina, alle terre di Toscana, eppure cariche di sommessa spiritualità.
Fin dai suoi primi disegni si riconoscono già dei segni che poi diventeranno distintivi della grande scultura. I crocifissi in bronzo, nodosi come il legno d’ulivo, sono preannunziati dai tanti disegni di alberi e tronchi.  Sono opere in tensione, vive, dolenti.
Il Cristo è raffigurato come l’uomo che soffre, trasfigurato dal dolore e proprio perché così umano assolutamente divino. Il bronzo interpreta alla perfezione gli intendimenti dell’artista, come già i disegni. Nei ritratti di questi anni spesso, anzi molto spesso, i volti hanno gli occhi abbassati.  Talvolta dormono, come nel ritratto  della moglie, oppure sembrano immersi in un silenzio senza fine, come quello di Giannetta e soprattutto della madre, un  ritratto nervoso, pieno di pudore. E tenerezza si vede nel volto chiuso del padre e come il suo quelli di  molti altri  che hanno uno sguardo lungo, lontano, pieno di malinconia.
E’ come se nelle sue opere Jorio Vivarelli  guardasse la vita stando sempre un passo avanti. Sapendo cosa succederà dopo, e mai con disincanto.