martedì 26 dicembre 2017


LA MEMORIA E IL SACRO DI ANTONIO CASU A PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI

http://www.portaleletterario.net/notizie/attualita/1002/il-viaggio-letterario-di-antonio-casu-con-la-memoria-e-il-sacro--


Giovedì 7 dicembre scorso, presso la sala Venere della “Nuvola”, nell’ambito della manifestazione “Più libri Più liberi”, la Nemapress edizioni ha presentato La memoria e il sacro. Appunti di viaggio nella letteratura del primo Novecento, di Antonio Casu, consigliere capo servizio e bibliotecario della Camera dei deputati, autore di innumerevoli pubblicazioni e uno dei maggiori studiosi di Thomas More. Sono intervenuti l’onorevole Gerardo Bianco, il professor Rocco Pezzimenti, e il professor Angelo G. Sabatini, coordinati dalla nostra Neria De Giovanni.

Non basterebbero 500 pagine per affrontare i temi così ben condensati e trattati nelle ottantasei pagine del libro di Antonio Casu, a riprova che per esprimere concetti complessi la quantità non è sufficiente. Occorrono invece capacità di concentrazione e analisi, conoscenza profonda della materia e sguardo ampio.
Questo studio prende in esame la letteratura apparsa negli anni della Grande guerra, della quale ci si appresta a celebrare i cent’anni dalla fine. Un momento di fondamentale transizione, di cambiamenti profondi. Un periodo nel quale appaiono ‒ tutti concentrati in pochi anni, tra il 1913 e il 1919 ‒ alcuni dei grandi capolavori della letteratura mondiale, dall’Antologia di Spoon River di Masters, a Alla ricerca del tempo perduto di Proust, dalla Contemplazione di Kafka, ai Racconti dublinesi di Joyce e infine il nostro Svevo, con La coscienza di Zeno. E sono questi gli scrittori analizzati dall’autore, non attraverso l’esegesi critica, quanto seguendo il metodo di una vera e propria ricerca del senso dell’esistenza, del filo rosso che unisce il tempo alle opere e questi autori che hanno avuto sì vite diverse e lontane, ma hanno respirato la stessa atmosfera.
Memoria e sacro sono due dei grandi totem dell’umano e certamente durante gli anni del primo Novecento pongono interrogativi pressanti e inderogabili. La memoria pone l’uomo di fronte al suo grande nemico, a ciò che lo rende finito, che gli toglie giovinezza e salute: il Tempo. Con la memoria si devono fare i conti per definire la propria identità e la propria esistenza. Ed ecco la galleria degli autori che scorrono insieme a molti altri nomi con un apparato di note denso ma mai invasivo, dando forma a un libro colto e raffinato, talvolta anche impegnativo, dal linguaggio serrato, che pone domande incalzanti e concetti su cui dover meditare per ritrovarci riflessi e scoprire quelle sofferenze che aggiriamo, l’angoscia che esorcizziamo, la solitudine che non ascoltiamo.
La prima parte del libro è divisa per paragrafi ma è strettamente collegata da un discorso unitario, dove chiari appaiono le similitudini tra Kafka e Master, tra Proust, Joyce e Svevo. Il pensiero confluisce nel paragrafo che chiude la prima parte, dove alla memoria fa da contraltare il mito. “Ogni epoca ‒ scrive l’autore ‒ ha i suoi miti, e a questa regola non sfugge la nostra. Ma i miti non sono solo fondativi della società, bensì anche fondati dalle stesse”. Il mito è la proiezione più fedele dei tempi che si vivono e ne mettono a nudo i punti deboli come il tipo di angosce e frustrazioni.
La seconda parte si incentra sul sacro, anzi più esattamente fa luce sul processo di rimozione del sacro che caratterizza i nostri tempi e che contraddistingue l’autentico dramma dell’uomo moderno. L’uomo contemporaneo spiegato esclusivamente in chiave economica e sociale ha restituito una visione del tutto fallimentare. Sfuggire ad alcune domande non è possibile. La proclamazione della “morte di Dio” non implica un’automatica rimozione del sacro che invece riaffiora in modo anche più prepotente attraverso altre vie. La sostituzione coatta del sacro con la ragione ha generato angoscia e disperazione. La ricerca di senso è inderogabile ed è stata nel tempo sostituita da altre possibilità ‒ psicanalisi, memoria, scienza ‒ senza tuttavia “tranquillizzare” l’uomo che urla nel quadro di Munch e dissolve la sua essenza umana diventando figura amorfa piena di terrore.
Le figure prese in esame dall’autore, Sartre, con il racconto Bariona o il figlio del tuono, e Döblin con l’Immacolata concezione, offrono una chiave di accesso sostanziale. I due autori, l’uno ateo e l’altro non ancora convertito, parlano della Natività e ciò che colpisce è la centralità della figura di Maria che attraverso il suo essere madre ci dona quella tenerezza di cui abbiamo bisogno per trovare pace.
Kafka, Nietzsche, Wagner ci parlano di uomini che dimenticano Dio, ma che non vogliono rimuovere né dimenticare. “La lotta per l’eradicazione del sacro dalla storia, dalla nostra esistenza, si rivela sterile”, scrive Antonio Casu. E’ come navigare in mare aperto dove molte sono le rotte da scegliere. “Il recupero della Memoria, la riscoperta del Tempo sono la manifestazione della ricerca, la ripresa di sentieri interrotti, di ciò che appartiene alla incomprimibile complessità della natura umana, di una ri-aggregazione delle sue metà dissociate. La dimensione della memoria del romanzo moderno è anche questo”.




martedì 3 ottobre 2017

L’attrice Antonella Blanche Uras   da Torralba a Roma inseguendo il suo sogno  









Antonella recita lentamente le parole, allungando lo spazio vuoto per contare il tempo. Ha occhi grandi e dolenti come se più forte della passione e del furore artistico ci fosse la rassegnazione di non sapere come fare, come vivere, come volere, come riuscire ad affermare se stessa e il suo talento.  Come se provenire da un luogo periferico equivalesse a una condanna.  Una condanna provenire da un'isola che già nel nome dice di essere isolata. La Sardegna è il luogo più lontano dell’Italia e del Mediterraneo. È un luogo di tesori e di bellezza che raggiungere è difficile ma  ancor di più è difficile lasciare.

È un luogo abituato a mettere le catene a causa di un retaggio che opprime e fa sentire  oppressi.  Così per un giovane sardo - e certo a maggior ragione per una donna e di non grandi possibilità economiche - nutrire delle aspirazioni comporta dover avere più energia, più determinazione. Ci vuole una grande forza per dirlo alla famiglia, fare accettare che si vuole scegliere “quella strada”. Una strada artistica che non è per tutti e non lo è per la figlia di una famiglia semplice che ha sempre vissuto di poco; una strada troppo lunga e impossibile ma che Antonella ha voglia di percorrere a ogni costo. 
Diventare attrice, interpretare ruoli, distaccarsi dal proprio corpo per rivestirsi di altre identità e di altre anime. Questo è il desiderio di Antonella, cominciato quel giorno alle scuole medie, quando aveva assistito a una rappresentazione teatrale. Niente di che, eppure si era svegliata in lei una passione così dirompente, così profonda da obbligarla a scegliere “quella vita” in modo irrevocabile. 
Dopo gli studi universitari in antropologia culturale, si iscrive alla “Scuola per l’arte dell’attore” diretta da Marco Parodi a Cagliari, un luogo dove conosce bravi maestri e riconosce persone simili a lei, con la stessa passione. Seguono altri insegnanti, Micheal Margotta, Roberto e Franco Graziosi, Juan Diego Puerta Lopez, Gabriella Rusticali, Giusy Devinu, Nicolaj Karpov, Francesco Manetti, Marcello Bartoli, Rossella Faa, Kevin Crawford, Guido de Monticelli e Coco Leonardi, e altre scuole come l’“Accademia dell'arte di Arezzo”. Dalla Sardegna si ritrova a Roma, dove Antonella studia e nel frattempo svolge mille lavori per mantenersi: commessa, telefonista in un call center, cameriera, assistente alla poltrona in uno studio dentistico... 
Le giornate non sono mai abbastanza lunghe e passano tra il lavoro e la ricerca estenuante di una scrittura. Lavora come figurante, pubblico nelle trasmissioni televisive, comparsa in qualche film, ma ottiene anche ruoli teatrali (a regia di Pierpaolo Conconi, Marco Parodi, Antonella Uras e Filippo Salaris, Ivano Cugia), cinematografici (a regia dell’austriaco Xaver Schwarzenberger) e in cortometraggi prodotti dalla New York Film Academy e dalla  Sardinia Media Factory. Soprattutto nel 2011 viene scelta in una piccola parte di un film di Leonardo Pieraccioni, “Finalmente la felicità”, dove interpreta un’infermiera sarda. Nel suo paese diventa una vera star ma lei si sente lacerata dentro perché sa che non è così semplice, non è detto che tutto questo le apra  automaticamente le porte dorate del cinema. La vita è molto difficile, specie per l’artista che più spesso vive tra un’apparenza piena di stelle e una sostanza dura, grigia, esacerbata. Antonella ha pensato anche di abbandonare tutto, così per un periodo è tornata in Sardegna, ma come lei dice: “Se non lo faccio sto male” e torna a Roma, riprende a studiare con Luciano Curreli, partecipa ai casting.  La vedremo presto nel film “Nico 1980” sulla storia della cantante dei Velvet Underground, una produzione italo-francese.  
Lei è una donna sarda resistente, fiera, che non demorde. Basta vederla recitare per entrare nel suo mondo antico e immenso: le terre della Sardegna e il mare che la circonda, i canti antichi e l’esperienza delle madri. La sua voce è capace di dipingere i sentimenti, di dare corpo alle suggestioni dei colori e dei profumi della sua isola. Chi l’ascolta, chi la vede recitare sulla scena non la dimentica.







lunedì 15 maggio 2017

Ilaria Onorato il valore del rigore. Cosa significa essere allievi di Giorgio Strehler


Ilaria Onorato e il valore del rigore. Cosa significa essere allievi di Giorgio Strehler


da http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2017/06/16/ilaria-onorato-e-il-valore-del-rigore-cosa-significa-essere-allievi-di-giorgio-strehler/
 




Ilaria ha una voce sonora ma profonda. Una voce potente che meraviglia esca da una figura così esile e minuta. Si sente nettamente la sua vita trascorsa soprattutto a Firenze dove è cresciuta. Di Firenze non ha soltanto l’apertura perfetta delle vocali, ma anche il rigore. Però la Sardegna è tutta nei suoi colori scuri e negli occhi allungati e malinconici. Il suo volto sembra essere stato dipinto da Giuseppe Biasi.
L’incontro con il teatro inizia nel modo più classico. Dopo aver partecipato a una recita scolastica, Ilaria capisce di non voler fare altro. Aspetta con molta impazienza di finire il liceo e fingendo di assecondare il desiderio dei genitori, si iscrive all’università, ma intanto cerca una scuola “seria” dove poter imparare a recitare. Gigi Proietti, durante un provino, rimane interdetto: “E tu avresti venti anni? Ammazza!”. La segretaria le comunica di non averla ammessa alla scuola perché “non avrebbero avuto nulla da insegnarle” e, di fatto, facendole un gran favore, aprendole la via a una scuola sicuramente più adatta e affine al suo sentire: quella di Giorgio Strehler. Prima però uno stage massacrante, “fisico”, con gli allievi di Orazio Costa a Pisa.
Nell’87 partecipa con molto scetticismo al bando della Scuola di Teatro del “Piccolo” di Milano. Alla prima selezione sono in 1500. La prova è durissima e si svolge a Roma, presso il Teatro Argentina. I candidati si presentano con un monologo in versi, un monologo in prosa, un dialogo teatrale, una lettura preparata e una lettura improvvisata. Passano in 400, stracciando anche gli allievi della scuola di Gassman. A Milano la seconda selezione: un monologo in versi, uno in prosa, un dialogo, un pezzo cantato e un pezzo di mimo. Ilaria supera anche questa selezione. Per la terza prova sono in quarantacinque, per il collo di un imbuto talmente stretto da far pensare che solo una persona sottile come Ilaria possa riuscire a passare. Un monologo in prosa, un tema di mimo, un canto da imparare e i pezzi già preparati in precedenza.
Sono ormai tutti amici ed è strano concorrere per quattro giorni di fila insieme agli altri, condividere paure e speranze e sentirsi talmente stanchi e provati da non riuscire a provare neppure competizione. Tutto avviene pensando a colpire una sola figura nel buio della sala, i suoi occhi intensi e un po’ torvi. A quel chiarore dalla chioma elastica e bianca là, nel buio che ti guarda e che ti giudica. È il tuo destino: Giorgio Strehler esamina tutti, uno per uno.

 Ed ecco il gruppo dei trentuno. Tre anni di lavoro sei giorni su sette trentuno giovani attori lavorano senza avere tempo per se stessi e la sera dopo il lavoro e lo studio si prova direttamente con il regista. Una formazione permanente che ha strappato i ragazzi alla leggerezza della loro età e che è penetrata attraverso i pori e il sudore fino al midollo e ancora più giù, nell’anima, cambiandola, forgiandola, condannandoli e non poter più tornare indietro né accontentarsi di percorsi semplici. Ilaria la definisce un’esperienza estatica e si rammarica di non aver vissuto quei giorni con la consapevolezza della maturità così da riuscire letteralmente a succhiare gli insegnamenti con una intensità ancora maggiore di quanto non abbia potuto fare quando era poco più che una ragazzina.
Rigore e severità sono le parole più adatte a descrivere Ilaria e una strana forma di passione segreta, fredda come un magma sotterraneo e nero che non si vede esplodere ma che si sente in modo netto per chi l’ascolta recitare o parlare.
Conosco anche suo padre e mi si forma un’idea unitaria di lei: è evidente di come la sua vita sia stata influenzata da persone di cuore ma esigenti, generose ma di certo non leggere.
Le chiedo qualcosa di più sul suo maestro, del suo metodo di insegnamento.
Lei spiega che il punto di partenza di Strehler era destrutturare l’allievo. Via le incrostazioni, via gli escamotage di mestiere, come quello di colorare la voce o il gesto. Sfrondare e studiare, sentirsi nudi sul palcoscenico, senza appigli facili. La responsabilità del maestro è fondamentale quanto il suo segno. Incontrarlo significava capire che quando contestava te non eri tu ma la cosa fatta. Bastava riassestare il colpo e lui poteva portare l’allievo dalle stalle alle stelle. Giorgio Strehler era un leone che ruggiva, che si arrabbiava in modo epico, ma anche capace di individuarti nel buio, guardarti negli occhi e chiederti: “Onorato, come stai?”. Era un leader. E il leader prova rispetto ma non cede al sentimentalismo. Lui non portava rispetto soltanto verso chi ne era privo.
Ilaria Onorato trascorre dieci anni, fino al 1996, lavorando nel Piccolo. In questi anni interpreta molti ruoli nell’Arlecchino, nel Faust e nei Giganti della Montagna e un ruolo come coprotagonista nell’opera di Dacia Maraini, Donna Lionora Giacubina.

 In questi anni inizia la crisi del teatro. Strehler voleva fondare una nuova compagnia di giovani ma sentiva di non avere più energie sufficienti. E infatti nel giorno di Natale del 1997 il regista muore durante le prove del Così fan tutte.
Ilaria è seguita in questi anni da un agente romano che si occupa di cinema e che la invita a spiccare il volo nella capitale. A Roma bussa a molte porte. Una città accogliente, vivace, dove si vive bene, ma da un punto di vista lavorativo molto chiusa, così si mette in proprio e lavora a recital su richiesta. La vita diventa all’improvviso molto difficile, perché passare da un’astrazione dal reale e dedicarsi soltanto allo studio e alla recitazione per dover poi pensare a reinventarsi la vita, a non contare più su uno stipendio fisso è un vero trauma. Inoltre la crisi di questi tempi danneggia soprattutto la cultura ma Ilaria Onorato non demorde e colleziona molte esperienze. Queste le più importanti: Poetando Solitudine recital di poesie e prose sulla solitudine. PPP recital su scritti di Pasolini. Tunc et Nunc recital di vari autori innestati sul fil rouge de La scuola dei dittatori di Silone. Passavamo sulla terra leggeri, romanzo di Sergio Atzeni, prima tappa di un progetto di spettacolo in parte ancora nel cassetto. Una collaborazione con il gruppo Operaincorso, un gruppo di artiste dello spettacolo che si uniscono per destare l’attenzione sulla situazione femminile nel mondo dell’arte, da cui nasce il bellissimo monologo su Maria Carta, un’opera a firma della stessa Ilaria attraverso la ricerca e la ricomposizione di testi e interviste della grande artista sarda. E poi tanta narrazione orale.
Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Giorgio Strehler, il trentennale dall’inaugurazione della Scuola e settant’anni del Piccolo Teatro stabile di Milano. Così i compagni di corso ed eredi hanno il desiderio di mettere in scena un ricordo del maestro a Milano.
Sul suo rapporto con la Sardegna non ho bisogno di chiedere molto. Lei è come tutti quei sardi di seconda generazione che nell’isola non sono nati ma che ne portano nelle vene tutta la linfa e se ne sentono parte in modo assoluto.
Quando in un bar ho incontrato Ilaria Onorato, tempo fa, lei mi ha subito detto che stava studiando Gramsci per uno spettacolo all’Associazione Il Gremio dei Sardi. Mi ha stupito che una “semplice” lettura di alcuni brani richiedesse tanto tempo di studio: all’evento mancavano ancora diversi mesi! Poi ho assistito alla serata e ho capito. Non era solo scegliere dei pezzi e preparare la propria esibizione, ma orchestrare e curare la regia di altri attori, ciascuno non soltanto di grande talento, ma anche con personalità ben definite, forti, incisive. Vanni Fois, Daniele Monachella, Alessandro Pala hanno formato insieme a Ilaria Onorato un gruppo di attori che ha parlato di Sardegna in un modo particolare e intelligente, contribuendo a diffondere non soltanto l’amore per il teatro ma anche la ricchezza di autori e testi sardi fondamentali. Sono testimoni preziosi del tempo di un luogo relativamente piccolo, l’isola di Sardegna, che però mi auguro continuino con queste iniziative e conquistino uno spazio grandissimo, anzi senza confini.





lunedì 20 marzo 2017

Visioni Sarde: tre documentari raccontano i volti opposti della Sardegna

 

 

Si rinnova la collaborazione tra l’Associazione il Gremio dei Sardi di Roma e il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Coordinatrice è Franca Farina della Cineteca Nazionale e trait d’union con il Gremio del quale è membro del consiglio direttivo. Sono tre i documentari proiettati al cinema Trevi, ognuno su un aspetto diverso della Sardegna eppure stranamente complementari. Opere profonde e di violento impatto allo stesso tempo perché capaci di entrare con il respiro dentro al  cuore dello spettatore. La commozione era percepibile nella sala del cinema Trevi, gremita a tal punto da dover lasciare molte persone fuori ad aspettare che qualcuno liberasse il posto.  Le immagini e le parole scorrevano sullo schermo insieme agli stati d’animo. Emozionati, stupiti, commossi, indignati.  Difficile non provare questi sentimenti di fronte alla bellezza totale della Sardegna e alle sue contraddizioni troppo spesso incomprensibili. 

Perché  una donna come Chiara Vigo, depositaria di una sapienza millenaria come quella legata al bisso marino, non deve avere una sua scuola istituzionale, perché le hanno chiuso il museo, perché è ossequiata da persone che arrivano dai  paesi più lontani e non dalle istituzioni locali di Sant’Antioco? Questa, ad esempio, la domanda che tutti ci siamo posti durante la proiezione del bellissimo docu-film Il filo dell’acqua della regista Rossana Cingolani. Un documentario che si ha bisogno di rivedere più volte. La sensazione è di sentirsi accolti e immersi nelle stanze in ombra di Chiara Vigo e di trovare pace. Ci sono le immagini di un mare che sembra voler spandersi e lambire lo spettatore, la luce blu del tramonto e la danza e i gesti di una donna che sono gli stessi di quelli impressi sulle pitture vascolari antiche. La sapienza e le parole di Chiara non sono facili da comprendere e lei lo sa, ci sono tante persone che “non sono più abituate a incontrarsi”. Una donna libera che non chiede niente in cambio, che conosce bene la differenza tra vivere ed esistere. “Essere, pregare, tessere” è uno dei versetti del giuramento di trasmissione del bisso che non è un formulario vuoto, è la dichiarazione di chi si è. “Tutto quello che so lo devo a mia nonna”: una frase che non può lasciare indifferenti le donne sarde, che hanno con il ramo femminile della famiglia un rapporto che va al di là del semplice affetto. La nonna Leonilde ha iniziato la nipote a un’arte antichissima e difficile che non si accontenta solo di apprendere una tecnica ma di aderire anima e corpo a una missione che trasforma e lega la persona.


Dopo il filo dell’acqua, che regala un’immagine di bellezza mitologica, il secondo documentario mostra una sequenza di paesaggi in bianco e nero, il brillio freddo delle fabbriche, i volti preoccupati se non infelici di tanti testimoni: un’altra faccia della Sardegna.
Negli anni ’60, nel cuore dell’isola, nella Media Valle del Tirso, fu impiantato un polo petrolchimico. Un’illusione durata solo trent’anni. E così in nome del famoso “Piano di rinascita”, ci si buttò  a capofitto, come dice il titolo del documentario di Antonio Sanna  e Umberto Siotto, Senza passare dal VIA, cioè senza alcuna valutazione di impatto ambientale, il che ha significato l’accettazione di  qualsiasi compromesso, come mettere a repentaglio la propria salute, pur di ottenere un lavoro. Vendere tutte le pecore e le terre per una promessa non mantenuta e poi ritrovarsi senza niente, questo lo stato di fatto di molta gente di Ottana.  Appare in tutta la sua gravità la constatazione del fallimento derivato dalla corsa a una industrializzazione che in Sardegna ha portato benefici immediati e danni insanabili, come la contaminazione irrevocabile dell’ambiente. Nel corso degli anni sul polo industriale di Ottana è arrivata un’enorme quantità di denaro per sanare continui stati di crisi e avvicendamenti produttivi: si tratta di risorse che, di fatto, sono state sottratte alla crescita di altri settori importanti dell'economia come turismo, artigianato, agricoltura e pastorizia. Ora a distanza di oltre quarant’anni il percorso produttivo del Polo Petrolchimico  sembra essere arrivato al capolinea.


A chiudere il cerchio, Le nostre storie ci guardano di Sergio Naitza  dove la corrispondenza tra due fratelli sembra fare da contrappunto tra tradizione e modernità, tra silenzio e lentezza  agropastorali  e la vita convulsa della città moderna. Il documentario racconta venticinque anni di storia sociale sarda, dalla fine degli anni ’50 al 1970. Un racconto affollato di testimoni, tanti che in molti riconoscono volti noti e meno noti dell’isola, amici, parenti, vicini di casa, artisti, uomini dello spettacolo e della cultura. Sono anni cruciali, nei quali la Sardegna mostra una realtà peculiare in cui però ci si specchia l’intera nazione. Si capisce che l’isola non è un luogo lontano e isolato, avulso dai grandi disegni epocali. In questo film si riconoscono i sardi ma ci si ritrovano di riflesso tutti coloro i quali possono ricordare quegli anni. Così l’emigrazione, le  miniere di carbone, le cooperative di pescatori, il banditismo e la nascita della Costa Smeralda, l’industrializzazione e la squadra del Cagliari, Gigi Riva e lo scudetto.   Attraverso il filo della storia – le lettere dei fratelli, l’uno in un paesino dell’entroterra, l’altro a Cagliari - sono tessute le storie, fatte di rapide sequenze tratte da documentari, inchieste, servizi giornalistici, custoditi negli archivi RAI. Le interviste si susseguono e forniscono le chiavi di lettura dei fenomeni di ieri e delle conseguenze sui tempi dell’oggi.

 A conclusione della serata, durante il dibattito, l’intervento accorato di Ilaria Onorato, attrice e socia del Gremio, enuclea il centro di ogni questione. Sono le parole di un ragazzo durante un’intervista: per superare lo stato delle cose ci vuole un segno di protesta e questo è possibile attraverso l’istruzione, fin da piccoli. Ed è proprio così: l’unica salvezza è dare alle persone la possibilità di scegliere in modo consapevole. Il disincanto che si legge negli occhi di quei sardi traditi da troppe promesse non appartiene allo sguardo di chi possiede conoscenza e libertà di scegliere ogni giorno come, uno tra tutti, quello di Chiara Vigo.




















mercoledì 28 dicembre 2016

Il libro di Tiziana Tafani: avere eroi per essere eroici

Il libro di Tiziana Tafani: avere eroi per essere eroici




da: http://www.portaleletterario.net/notizie/arte-e-cultura/749/il-libro-di-tiziana-tafani--avere-eroi-per-essere-eroici--di-maria-milvia-morciano


Tutti hanno degli eroi personali. Tutti cresciamo scegliendo delle persone speciali che determinano la nostra esistenza: possono essere persone molto vicine che ci guidano nel cammino della vita, un genitore, un amico, uno zio, un maestro oppure persone che guardiamo attraverso il filtro etereo come il diaframma dello schermo televisivo o del computer o del cinema.  Tutti siamo perseguitati  da fantasmi che reputiamo eroi. Tiziana Tafani ci descrive i suoi, ma è incredibile constatare come siano molto simili a quelli di ciascuno, di una intera generazione.
E non si tratta di un pensiero ovvio. Non si tratta solo di archetipi, ma di imprinting che ci segnano la vita.
 Questo libro nasce il giorno in cui l’autrice scopre che David Bowie è morto. E si tratta di  un pensiero cupo, perché non c’è più quella persona che ti ha colpito nella giovane età e che non ti sei più scollata di dosso. È morto il tuo eroe personale, quel bellissimo marziano che da ragazzina guardavi senza capire bene, che ti faceva provare sentimenti strani, anche dolorosi di esaltazione e smarrimento in una dimensione lontana da te eppure vera e reale. Una specie di innamoramento confuso, una specie di prova all’amore, a quell’amore che arriverà più tardi. L’amore descritto verso la fine del libro, mai imparato, visionario e alla fine trasformato nei due figli maschi che continuano a ferirla per troppo amore.
Così il libro si snoda attraverso piccoli racconti di una pagina o due, dedicati a persone fatali, famose come David Bowie, Anthony Perkins, Giacomo Leopardi, Ulisse, Napoleone, Freud e Benedetto Burli - famoso almeno a Orvieto - e non famosi come il nodo di tutto, suo padre, e Domenico, Simone, il collezionista, il pugile, l’acrobata, il lord. Tutti rigorosamente maschi.
Sono racconti solo in apparenza slegati e invece intrecciati e ripercorsi tra di loro. Parole chiave che si affacciano fin dalle prime righe e che raccontano l’intima attitudine di una donna a saltare nel vuoto di una vita vissuta senza rete, senza difese. Come vivere la tremenda esperienza di vedere una persona cadere da un balcone e ripensare a quanto sia singolare essere nati con parto podalico. Come avere uno zio acrobata e “sentirsi catapultata” nell’imbuto nebbioso della psicanalisi.  E così via, in un mosaico come sempre avviene nella vita di ciascuno a comporre un'unica immagine fatta però non di tessere ma di fluide pennellate.
La morte di David Bowie, per tornare all’inizio, è però simbolo della perdita di tutti gli eroi, è la brutale consapevolezza che non siamo più bambini. Abbiamo perso i nostri eroi e ora dovremo fare i conti con l’esistenza da soli.
Questo libro, la cui scrittura alcune volte si interrompe come in un singhiozzo,  è pieno di energia e, usando una parola di moda, di resilienza, veri antidoti a un sentimento profondo che riguarda tutti e che a tutti presenta il conto: la paura della morte. E dopo tanta vitalità e ricordi, eroi virtuali e reali che si affastellano nel tempo, sentirsi comunque grati alla vita, nonostante le perdite e il dolore. E chiedersi comunque se siamo felici, se conosciamo la felicità.

Tiziana Tafani
AND WE CAN BE HEROES
L’Erudita editore
Tiziana Tafani è nata a Viterbo e cresciuta a Orvieto. Esperta di temi finanziari, responsabile di progetti di trincea, vanta numerose esperienze in campo internazionale. Mamma, scrittrice, poeta, giudice a concorsi letterari. Presidente di Orvieto Città del Corpus Domini. Componente il Consiglio di Amministrazione del Centro Studi Città di Orvieto. Membro dell’Accademia Nazionale di Cucina. Ha partecipato a numerose antologie di Poesia e di racconti per la Giulio Perrone Editore e per l’Accademia di Poesia Barbanera.

martedì 13 dicembre 2016

A Cagliari un'associazione e un angelo per gattini sfortunati










Odette è una gattina che da molti giorni lotta per non morire. Il suo sguardo fa male, perché è lo stesso di tutti gli innocenti, uomini e animali, che non capiscono come mai sia stato fatto loro del male. Però lei non molla. In questi giorni il profilo Facebook di Claudia Ami Casu è tempestato di domande, preghiere e messaggi di amore per questa gattina. E lei sceglie di vivere, forse sente l’amore  che prima le  era stato negato.

Claudia è di Cagliari e  insieme alla mamma e a un’amica ha fondato l’“Associazione  un randagio per Ami-co”, che vive del volontariato e dell’aiuto anche piccolissimo di chi desidera  pagare le cure veterinarie.

 Tutto è nato quasi tre anni fa, quando ha incontrato Ami, un randagio ridotto allo stremo, ed è stato amore e fiducia a prima vista. Da allora sono arrivati altri gatti, molti dei quali bruttini, con un occhio solo, malati, spelacchiati e altri belli e sani ma cacciati lo stesso senza un motivo. La sua pagina Facebook è sempre piena di notizie e di nuovi mici bisognosi, rivelando che animali abbandonati e  maltrattati non sono solo i cani ma a maggior ragione anche i gatti,  nella convinzione che siano animali indipendenti, che ce  la possono fare da soli e  che non hanno bisogno di un padrone.  

 

Claudia dà a ciascuno un nome e una speranza.  I gattini sono  accuditi e curati, tenuti in stallo finché non si trova un’adozione.

Claudia è giovane e ha una vita intensa, ma ha preso con serietà questo impegno. Lei ha il dono di capire quello che dicono i felini e sapercelo raccontare.  “Sono solo un gatto. Un gatto qualunque… Uno di quei randagi che scacci via con il piede. Uno di quelli a cui tiri le pietre per non avvicinarsi. Sono uno che ha camminato a lungo senza meta, senza riparo. Ho rotto i sacchetti della spazzatura per anni… Con un po’ di fortuna trovavo ossa e spine di pesce. Ero uno di quelli che “allontanati che porta malattie! …Ma ora sono il tuo gatto”.

In un periodo in cui Facebook sembra essere diventato il luogo dove si annida e cresce la violenza, il luogo  che alimenta paure e bullismo anzi cyberbullismo, e in questi giorni ne abbiamo un esempio proprio vicino a Cagliari, a Muravera,  si dimostra che può essere anche  un meraviglioso mezzo di trasmissione di civiltà e solidarietà. Finché ci saranno giovani che attraverso il loro esempio insegneranno a rispettare  e a prendersi cura dei più deboli, potremo tutti avere speranza di poterlo cambiare il mondo, e renderlo migliore.

Contatti: e-mail: ulysse.cc13@gmail.com

 “Associazione "Un randagio per Ami-co" con Claudia, Vale, Ami&co.”