lunedì 15 maggio 2017

Ilaria Onorato il valore del rigore. Cosa significa essere allievi di Giorgio Strehler


Ilaria Onorato e il valore del rigore. Cosa significa essere allievi di Giorgio Strehler


da http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2017/06/16/ilaria-onorato-e-il-valore-del-rigore-cosa-significa-essere-allievi-di-giorgio-strehler/
 




Ilaria ha una voce sonora ma profonda. Una voce potente che meraviglia esca da una figura così esile e minuta. Si sente nettamente la sua vita trascorsa soprattutto a Firenze dove è cresciuta. Di Firenze non ha soltanto l’apertura perfetta delle vocali, ma anche il rigore. Però la Sardegna è tutta nei suoi colori scuri e negli occhi allungati e malinconici. Il suo volto sembra essere stato dipinto da Giuseppe Biasi.
L’incontro con il teatro inizia nel modo più classico. Dopo aver partecipato a una recita scolastica, Ilaria capisce di non voler fare altro. Aspetta con molta impazienza di finire il liceo e fingendo di assecondare il desiderio dei genitori, si iscrive all’università, ma intanto cerca una scuola “seria” dove poter imparare a recitare. Gigi Proietti, durante un provino, rimane interdetto: “E tu avresti venti anni? Ammazza!”. La segretaria le comunica di non averla ammessa alla scuola perché “non avrebbero avuto nulla da insegnarle” e, di fatto, facendole un gran favore, aprendole la via a una scuola sicuramente più adatta e affine al suo sentire: quella di Giorgio Strehler. Prima però uno stage massacrante, “fisico”, con gli allievi di Orazio Costa a Pisa.
Nell’87 partecipa con molto scetticismo al bando della Scuola di Teatro del “Piccolo” di Milano. Alla prima selezione sono in 1500. La prova è durissima e si svolge a Roma, presso il Teatro Argentina. I candidati si presentano con un monologo in versi, un monologo in prosa, un dialogo teatrale, una lettura preparata e una lettura improvvisata. Passano in 400, stracciando anche gli allievi della scuola di Gassman. A Milano la seconda selezione: un monologo in versi, uno in prosa, un dialogo, un pezzo cantato e un pezzo di mimo. Ilaria supera anche questa selezione. Per la terza prova sono in quarantacinque, per il collo di un imbuto talmente stretto da far pensare che solo una persona sottile come Ilaria possa riuscire a passare. Un monologo in prosa, un tema di mimo, un canto da imparare e i pezzi già preparati in precedenza.
Sono ormai tutti amici ed è strano concorrere per quattro giorni di fila insieme agli altri, condividere paure e speranze e sentirsi talmente stanchi e provati da non riuscire a provare neppure competizione. Tutto avviene pensando a colpire una sola figura nel buio della sala, i suoi occhi intensi e un po’ torvi. A quel chiarore dalla chioma elastica e bianca là, nel buio che ti guarda e che ti giudica. È il tuo destino: Giorgio Strehler esamina tutti, uno per uno.

 Ed ecco il gruppo dei trentuno. Tre anni di lavoro sei giorni su sette trentuno giovani attori lavorano senza avere tempo per se stessi e la sera dopo il lavoro e lo studio si prova direttamente con il regista. Una formazione permanente che ha strappato i ragazzi alla leggerezza della loro età e che è penetrata attraverso i pori e il sudore fino al midollo e ancora più giù, nell’anima, cambiandola, forgiandola, condannandoli e non poter più tornare indietro né accontentarsi di percorsi semplici. Ilaria la definisce un’esperienza estatica e si rammarica di non aver vissuto quei giorni con la consapevolezza della maturità così da riuscire letteralmente a succhiare gli insegnamenti con una intensità ancora maggiore di quanto non abbia potuto fare quando era poco più che una ragazzina.
Rigore e severità sono le parole più adatte a descrivere Ilaria e una strana forma di passione segreta, fredda come un magma sotterraneo e nero che non si vede esplodere ma che si sente in modo netto per chi l’ascolta recitare o parlare.
Conosco anche suo padre e mi si forma un’idea unitaria di lei: è evidente di come la sua vita sia stata influenzata da persone di cuore ma esigenti, generose ma di certo non leggere.
Le chiedo qualcosa di più sul suo maestro, del suo metodo di insegnamento.
Lei spiega che il punto di partenza di Strehler era destrutturare l’allievo. Via le incrostazioni, via gli escamotage di mestiere, come quello di colorare la voce o il gesto. Sfrondare e studiare, sentirsi nudi sul palcoscenico, senza appigli facili. La responsabilità del maestro è fondamentale quanto il suo segno. Incontrarlo significava capire che quando contestava te non eri tu ma la cosa fatta. Bastava riassestare il colpo e lui poteva portare l’allievo dalle stalle alle stelle. Giorgio Strehler era un leone che ruggiva, che si arrabbiava in modo epico, ma anche capace di individuarti nel buio, guardarti negli occhi e chiederti: “Onorato, come stai?”. Era un leader. E il leader prova rispetto ma non cede al sentimentalismo. Lui non portava rispetto soltanto verso chi ne era privo.
Ilaria Onorato trascorre dieci anni, fino al 1996, lavorando nel Piccolo. In questi anni interpreta molti ruoli nell’Arlecchino, nel Faust e nei Giganti della Montagna e un ruolo come coprotagonista nell’opera di Dacia Maraini, Donna Lionora Giacubina.

 In questi anni inizia la crisi del teatro. Strehler voleva fondare una nuova compagnia di giovani ma sentiva di non avere più energie sufficienti. E infatti nel giorno di Natale del 1997 il regista muore durante le prove del Così fan tutte.
Ilaria è seguita in questi anni da un agente romano che si occupa di cinema e che la invita a spiccare il volo nella capitale. A Roma bussa a molte porte. Una città accogliente, vivace, dove si vive bene, ma da un punto di vista lavorativo molto chiusa, così si mette in proprio e lavora a recital su richiesta. La vita diventa all’improvviso molto difficile, perché passare da un’astrazione dal reale e dedicarsi soltanto allo studio e alla recitazione per dover poi pensare a reinventarsi la vita, a non contare più su uno stipendio fisso è un vero trauma. Inoltre la crisi di questi tempi danneggia soprattutto la cultura ma Ilaria Onorato non demorde e colleziona molte esperienze. Queste le più importanti: Poetando Solitudine recital di poesie e prose sulla solitudine. PPP recital su scritti di Pasolini. Tunc et Nunc recital di vari autori innestati sul fil rouge de La scuola dei dittatori di Silone. Passavamo sulla terra leggeri, romanzo di Sergio Atzeni, prima tappa di un progetto di spettacolo in parte ancora nel cassetto. Una collaborazione con il gruppo Operaincorso, un gruppo di artiste dello spettacolo che si uniscono per destare l’attenzione sulla situazione femminile nel mondo dell’arte, da cui nasce il bellissimo monologo su Maria Carta, un’opera a firma della stessa Ilaria attraverso la ricerca e la ricomposizione di testi e interviste della grande artista sarda. E poi tanta narrazione orale.
Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Giorgio Strehler, il trentennale dall’inaugurazione della Scuola e settant’anni del Piccolo Teatro stabile di Milano. Così i compagni di corso ed eredi hanno il desiderio di mettere in scena un ricordo del maestro a Milano.
Sul suo rapporto con la Sardegna non ho bisogno di chiedere molto. Lei è come tutti quei sardi di seconda generazione che nell’isola non sono nati ma che ne portano nelle vene tutta la linfa e se ne sentono parte in modo assoluto.
Quando in un bar ho incontrato Ilaria Onorato, tempo fa, lei mi ha subito detto che stava studiando Gramsci per uno spettacolo all’Associazione Il Gremio dei Sardi. Mi ha stupito che una “semplice” lettura di alcuni brani richiedesse tanto tempo di studio: all’evento mancavano ancora diversi mesi! Poi ho assistito alla serata e ho capito. Non era solo scegliere dei pezzi e preparare la propria esibizione, ma orchestrare e curare la regia di altri attori, ciascuno non soltanto di grande talento, ma anche con personalità ben definite, forti, incisive. Vanni Fois, Daniele Monachella, Alessandro Pala hanno formato insieme a Ilaria Onorato un gruppo di attori che ha parlato di Sardegna in un modo particolare e intelligente, contribuendo a diffondere non soltanto l’amore per il teatro ma anche la ricchezza di autori e testi sardi fondamentali. Sono testimoni preziosi del tempo di un luogo relativamente piccolo, l’isola di Sardegna, che però mi auguro continuino con queste iniziative e conquistino uno spazio grandissimo, anzi senza confini.





lunedì 20 marzo 2017

Visioni Sarde: tre documentari raccontano i volti opposti della Sardegna

 

 

Si rinnova la collaborazione tra l’Associazione il Gremio dei Sardi di Roma e il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Coordinatrice è Franca Farina della Cineteca Nazionale e trait d’union con il Gremio del quale è membro del consiglio direttivo. Sono tre i documentari proiettati al cinema Trevi, ognuno su un aspetto diverso della Sardegna eppure stranamente complementari. Opere profonde e di violento impatto allo stesso tempo perché capaci di entrare con il respiro dentro al  cuore dello spettatore. La commozione era percepibile nella sala del cinema Trevi, gremita a tal punto da dover lasciare molte persone fuori ad aspettare che qualcuno liberasse il posto.  Le immagini e le parole scorrevano sullo schermo insieme agli stati d’animo. Emozionati, stupiti, commossi, indignati.  Difficile non provare questi sentimenti di fronte alla bellezza totale della Sardegna e alle sue contraddizioni troppo spesso incomprensibili. 

Perché  una donna come Chiara Vigo, depositaria di una sapienza millenaria come quella legata al bisso marino, non deve avere una sua scuola istituzionale, perché le hanno chiuso il museo, perché è ossequiata da persone che arrivano dai  paesi più lontani e non dalle istituzioni locali di Sant’Antioco? Questa, ad esempio, la domanda che tutti ci siamo posti durante la proiezione del bellissimo docu-film Il filo dell’acqua della regista Rossana Cingolani. Un documentario che si ha bisogno di rivedere più volte. La sensazione è di sentirsi accolti e immersi nelle stanze in ombra di Chiara Vigo e di trovare pace. Ci sono le immagini di un mare che sembra voler spandersi e lambire lo spettatore, la luce blu del tramonto e la danza e i gesti di una donna che sono gli stessi di quelli impressi sulle pitture vascolari antiche. La sapienza e le parole di Chiara non sono facili da comprendere e lei lo sa, ci sono tante persone che “non sono più abituate a incontrarsi”. Una donna libera che non chiede niente in cambio, che conosce bene la differenza tra vivere ed esistere. “Essere, pregare, tessere” è uno dei versetti del giuramento di trasmissione del bisso che non è un formulario vuoto, è la dichiarazione di chi si è. “Tutto quello che so lo devo a mia nonna”: una frase che non può lasciare indifferenti le donne sarde, che hanno con il ramo femminile della famiglia un rapporto che va al di là del semplice affetto. La nonna Leonilde ha iniziato la nipote a un’arte antichissima e difficile che non si accontenta solo di apprendere una tecnica ma di aderire anima e corpo a una missione che trasforma e lega la persona.


Dopo il filo dell’acqua, che regala un’immagine di bellezza mitologica, il secondo documentario mostra una sequenza di paesaggi in bianco e nero, il brillio freddo delle fabbriche, i volti preoccupati se non infelici di tanti testimoni: un’altra faccia della Sardegna.
Negli anni ’60, nel cuore dell’isola, nella Media Valle del Tirso, fu impiantato un polo petrolchimico. Un’illusione durata solo trent’anni. E così in nome del famoso “Piano di rinascita”, ci si buttò  a capofitto, come dice il titolo del documentario di Antonio Sanna  e Umberto Siotto, Senza passare dal VIA, cioè senza alcuna valutazione di impatto ambientale, il che ha significato l’accettazione di  qualsiasi compromesso, come mettere a repentaglio la propria salute, pur di ottenere un lavoro. Vendere tutte le pecore e le terre per una promessa non mantenuta e poi ritrovarsi senza niente, questo lo stato di fatto di molta gente di Ottana.  Appare in tutta la sua gravità la constatazione del fallimento derivato dalla corsa a una industrializzazione che in Sardegna ha portato benefici immediati e danni insanabili, come la contaminazione irrevocabile dell’ambiente. Nel corso degli anni sul polo industriale di Ottana è arrivata un’enorme quantità di denaro per sanare continui stati di crisi e avvicendamenti produttivi: si tratta di risorse che, di fatto, sono state sottratte alla crescita di altri settori importanti dell'economia come turismo, artigianato, agricoltura e pastorizia. Ora a distanza di oltre quarant’anni il percorso produttivo del Polo Petrolchimico  sembra essere arrivato al capolinea.


A chiudere il cerchio, Le nostre storie ci guardano di Sergio Naitza  dove la corrispondenza tra due fratelli sembra fare da contrappunto tra tradizione e modernità, tra silenzio e lentezza  agropastorali  e la vita convulsa della città moderna. Il documentario racconta venticinque anni di storia sociale sarda, dalla fine degli anni ’50 al 1970. Un racconto affollato di testimoni, tanti che in molti riconoscono volti noti e meno noti dell’isola, amici, parenti, vicini di casa, artisti, uomini dello spettacolo e della cultura. Sono anni cruciali, nei quali la Sardegna mostra una realtà peculiare in cui però ci si specchia l’intera nazione. Si capisce che l’isola non è un luogo lontano e isolato, avulso dai grandi disegni epocali. In questo film si riconoscono i sardi ma ci si ritrovano di riflesso tutti coloro i quali possono ricordare quegli anni. Così l’emigrazione, le  miniere di carbone, le cooperative di pescatori, il banditismo e la nascita della Costa Smeralda, l’industrializzazione e la squadra del Cagliari, Gigi Riva e lo scudetto.   Attraverso il filo della storia – le lettere dei fratelli, l’uno in un paesino dell’entroterra, l’altro a Cagliari - sono tessute le storie, fatte di rapide sequenze tratte da documentari, inchieste, servizi giornalistici, custoditi negli archivi RAI. Le interviste si susseguono e forniscono le chiavi di lettura dei fenomeni di ieri e delle conseguenze sui tempi dell’oggi.

 A conclusione della serata, durante il dibattito, l’intervento accorato di Ilaria Onorato, attrice e socia del Gremio, enuclea il centro di ogni questione. Sono le parole di un ragazzo durante un’intervista: per superare lo stato delle cose ci vuole un segno di protesta e questo è possibile attraverso l’istruzione, fin da piccoli. Ed è proprio così: l’unica salvezza è dare alle persone la possibilità di scegliere in modo consapevole. Il disincanto che si legge negli occhi di quei sardi traditi da troppe promesse non appartiene allo sguardo di chi possiede conoscenza e libertà di scegliere ogni giorno come, uno tra tutti, quello di Chiara Vigo.




















mercoledì 28 dicembre 2016

Il libro di Tiziana Tafani: avere eroi per essere eroici

Il libro di Tiziana Tafani: avere eroi per essere eroici




da: http://www.portaleletterario.net/notizie/arte-e-cultura/749/il-libro-di-tiziana-tafani--avere-eroi-per-essere-eroici--di-maria-milvia-morciano


Tutti hanno degli eroi personali. Tutti cresciamo scegliendo delle persone speciali che determinano la nostra esistenza: possono essere persone molto vicine che ci guidano nel cammino della vita, un genitore, un amico, uno zio, un maestro oppure persone che guardiamo attraverso il filtro etereo come il diaframma dello schermo televisivo o del computer o del cinema.  Tutti siamo perseguitati  da fantasmi che reputiamo eroi. Tiziana Tafani ci descrive i suoi, ma è incredibile constatare come siano molto simili a quelli di ciascuno, di una intera generazione.
E non si tratta di un pensiero ovvio. Non si tratta solo di archetipi, ma di imprinting che ci segnano la vita.
 Questo libro nasce il giorno in cui l’autrice scopre che David Bowie è morto. E si tratta di  un pensiero cupo, perché non c’è più quella persona che ti ha colpito nella giovane età e che non ti sei più scollata di dosso. È morto il tuo eroe personale, quel bellissimo marziano che da ragazzina guardavi senza capire bene, che ti faceva provare sentimenti strani, anche dolorosi di esaltazione e smarrimento in una dimensione lontana da te eppure vera e reale. Una specie di innamoramento confuso, una specie di prova all’amore, a quell’amore che arriverà più tardi. L’amore descritto verso la fine del libro, mai imparato, visionario e alla fine trasformato nei due figli maschi che continuano a ferirla per troppo amore.
Così il libro si snoda attraverso piccoli racconti di una pagina o due, dedicati a persone fatali, famose come David Bowie, Anthony Perkins, Giacomo Leopardi, Ulisse, Napoleone, Freud e Benedetto Burli - famoso almeno a Orvieto - e non famosi come il nodo di tutto, suo padre, e Domenico, Simone, il collezionista, il pugile, l’acrobata, il lord. Tutti rigorosamente maschi.
Sono racconti solo in apparenza slegati e invece intrecciati e ripercorsi tra di loro. Parole chiave che si affacciano fin dalle prime righe e che raccontano l’intima attitudine di una donna a saltare nel vuoto di una vita vissuta senza rete, senza difese. Come vivere la tremenda esperienza di vedere una persona cadere da un balcone e ripensare a quanto sia singolare essere nati con parto podalico. Come avere uno zio acrobata e “sentirsi catapultata” nell’imbuto nebbioso della psicanalisi.  E così via, in un mosaico come sempre avviene nella vita di ciascuno a comporre un'unica immagine fatta però non di tessere ma di fluide pennellate.
La morte di David Bowie, per tornare all’inizio, è però simbolo della perdita di tutti gli eroi, è la brutale consapevolezza che non siamo più bambini. Abbiamo perso i nostri eroi e ora dovremo fare i conti con l’esistenza da soli.
Questo libro, la cui scrittura alcune volte si interrompe come in un singhiozzo,  è pieno di energia e, usando una parola di moda, di resilienza, veri antidoti a un sentimento profondo che riguarda tutti e che a tutti presenta il conto: la paura della morte. E dopo tanta vitalità e ricordi, eroi virtuali e reali che si affastellano nel tempo, sentirsi comunque grati alla vita, nonostante le perdite e il dolore. E chiedersi comunque se siamo felici, se conosciamo la felicità.

Tiziana Tafani
AND WE CAN BE HEROES
L’Erudita editore
Tiziana Tafani è nata a Viterbo e cresciuta a Orvieto. Esperta di temi finanziari, responsabile di progetti di trincea, vanta numerose esperienze in campo internazionale. Mamma, scrittrice, poeta, giudice a concorsi letterari. Presidente di Orvieto Città del Corpus Domini. Componente il Consiglio di Amministrazione del Centro Studi Città di Orvieto. Membro dell’Accademia Nazionale di Cucina. Ha partecipato a numerose antologie di Poesia e di racconti per la Giulio Perrone Editore e per l’Accademia di Poesia Barbanera.

martedì 13 dicembre 2016

A Cagliari un'associazione e un angelo per gattini sfortunati










Odette è una gattina che da molti giorni lotta per non morire. Il suo sguardo fa male, perché è lo stesso di tutti gli innocenti, uomini e animali, che non capiscono come mai sia stato fatto loro del male. Però lei non molla. In questi giorni il profilo Facebook di Claudia Ami Casu è tempestato di domande, preghiere e messaggi di amore per questa gattina. E lei sceglie di vivere, forse sente l’amore  che prima le  era stato negato.

Claudia è di Cagliari e  insieme alla mamma e a un’amica ha fondato l’“Associazione  un randagio per Ami-co”, che vive del volontariato e dell’aiuto anche piccolissimo di chi desidera  pagare le cure veterinarie.

 Tutto è nato quasi tre anni fa, quando ha incontrato Ami, un randagio ridotto allo stremo, ed è stato amore e fiducia a prima vista. Da allora sono arrivati altri gatti, molti dei quali bruttini, con un occhio solo, malati, spelacchiati e altri belli e sani ma cacciati lo stesso senza un motivo. La sua pagina Facebook è sempre piena di notizie e di nuovi mici bisognosi, rivelando che animali abbandonati e  maltrattati non sono solo i cani ma a maggior ragione anche i gatti,  nella convinzione che siano animali indipendenti, che ce  la possono fare da soli e  che non hanno bisogno di un padrone.  

 

Claudia dà a ciascuno un nome e una speranza.  I gattini sono  accuditi e curati, tenuti in stallo finché non si trova un’adozione.

Claudia è giovane e ha una vita intensa, ma ha preso con serietà questo impegno. Lei ha il dono di capire quello che dicono i felini e sapercelo raccontare.  “Sono solo un gatto. Un gatto qualunque… Uno di quei randagi che scacci via con il piede. Uno di quelli a cui tiri le pietre per non avvicinarsi. Sono uno che ha camminato a lungo senza meta, senza riparo. Ho rotto i sacchetti della spazzatura per anni… Con un po’ di fortuna trovavo ossa e spine di pesce. Ero uno di quelli che “allontanati che porta malattie! …Ma ora sono il tuo gatto”.

In un periodo in cui Facebook sembra essere diventato il luogo dove si annida e cresce la violenza, il luogo  che alimenta paure e bullismo anzi cyberbullismo, e in questi giorni ne abbiamo un esempio proprio vicino a Cagliari, a Muravera,  si dimostra che può essere anche  un meraviglioso mezzo di trasmissione di civiltà e solidarietà. Finché ci saranno giovani che attraverso il loro esempio insegneranno a rispettare  e a prendersi cura dei più deboli, potremo tutti avere speranza di poterlo cambiare il mondo, e renderlo migliore.

Contatti: e-mail: ulysse.cc13@gmail.com

 “Associazione "Un randagio per Ami-co" con Claudia, Vale, Ami&co.”

martedì 20 settembre 2016


La festa nazionale della Catalogna celebrata a Roma con un omaggio musicale al grande pensatore Ramon Llull

Il concerto "Ramon Llull, L’ultimo peregrinaggio" del gruppo dei Cappella Ministrers si è tenuto nella Chiesa di San Lorenzo degli Speziali, nel cuore del Foro Romano 

 http://www.portaleletterario.net/notizie/attualita/677/la-festa-nazionale-della-catalogna-celebrata-a-roma-con-un-omaggio-musicale-al-grande-pensatore-ramon-llull

 

La Delegazione in Italia del Governo della Catalogna ha celebrato la sua Festa Nazionale, la Diada Nacional de Catalunya, con un concerto che si è tenuto nella Chiesa di San Lorenzo degli Speziali, nel cuore del Foro Romano. La festa, che cade l’11 settembre, come ha ricordato Luca Bellizzi, delegato in Italia, è un giorno di memoria: in quel giorno del 1714 Barcellona cadde nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna durante la Guerra di Successione Spagnola l'11 settembre 1714, dopo molti mesi d'assedio e dopo una strenua resistenza che meravigliò il mondo. Si commemora anche la conseguente abolizione delle istituzioni catalane, come ad esempio la Generalitat de Catalunya in seguito alla promulgazione dei Decreti di Nueva Planta nel 1716.
Tutti i significati di questa festa sono espressi attraverso il linguaggio potente della musica. Carlos Magraner con il gruppo dei Cappella Ministrers ci ha condotto attraverso un viaggio lungo le coste del Mediterraneo, ripercorrendo e parafrasando l’autobiografia, la Vita Coetanea,  di Ramon LLull  scritta nel 1311, dove egli narra la sua conversione e la sua nuova vita, fatta di viaggi, di studio  e di sogni.

 


 



   















La figura straordinaria di Llull (1232-1316), non può essere certo sintetizzata in poche righe. Una personalità che non smette di affascinare e stupire: figlio di ricchi coloni catalani che si erano installati a Maiorca, inseguì per tutta la vita il sogno di una “pax universalis”, un’idea che per lui non era un’utopia, ma un obiettivo possibile e necessario: la conversione al cristianesimo di arabi ed ebrei. Viaggiò molto dalla Spagna alla Francia, all’Italia, in Tunisia e quindi sull’altro lato del Mediterraneo a Cipro, Gerusalemme, Armenia. Ha lasciato ben 243 opere riconosciute come autografe e 44 probabilmente apocrife (tutte quelle di argomento alchemico). Ha scritto in arabo, in latino e in catalano opere di filosofia, teologia, mistiche, pedagogiche, di medicina, di scienze naturali, di fisica, matematica, letterarie e poetiche. Tra queste ricordiamo l’Ars magna, il De levitate et ponderositate elemento rum, l’Ars amativa; Felix de les meravelles, il Libro dell'ordine di cavalleria, il Libro del pagano e dei tre savi, il Libro della contemplazione di Dio, Lo sconforto, la Logica nova e l’ Ars generalis.
 Così “L’ultimo peregrinaggio” è uno spettacolo che traduce in musica l’atmosfera del Mediterraneo durante il Medioevo: pur nei conflitti o nelle diversità culturali e storiche la musica individua un linguaggio simile e quindi universale. Così come la manovella della ghironda produce un suono basso e continuo, così nell’alternarsi dei pezzi vi è come un filo ininterrotto che lega le armonie. I ritmi delle percussioni, i fiati e le corde scaturiscono dagli strumenti parlando ciascuno la propria lingua  ma descrivendo una “contiguità” armonica. Dopo una melodia francese, italiana o spagnola si fa largo il tipico  ritmo greco e poi l’arpeggio sinuoso d’oriente. E da questa somiglianza si delineano le particolarità, i caratteri. E ci ricordiamo davvero chi siamo, le nostre radici e la nostra cultura che è la più varia del mondo tutta concentrata intorno a un mare che sembra un lago, chiuso e rotondo come un abbraccio, ma comunque diversa, fatta di paesaggi e colori particolarissimi e riconoscibili. La musica avanza descrivendo come in una navigazione di cabotaggio l’itinerario compiuto da Ramon LLull e ci accompagna in un viaggio emotivo pieno di suggestioni e memorie: da Maiorca a Rocadamour e Santiago de Compostela. Da Barcelloba a Montpellier, dove egli visitò Giacomo II e dove scrisse la sua Ars Demonstrativa (1238), a Parigi dove insegnò all’università. A Roma, Genova, Lione, Marsiglia, Avignone, Napoli e infine a Cipro, Gerusalemme, Armenia minore e Tunisia.


Cappella de Ministrers è un progetto nato nel 1987 volto alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio musicale iberico a partire dal medioevo al XIX secolo.  Direttore è Carles Magraner che riunisce molti professionisti della musica, riuscendo a diventare un punto di riferimento europeo della Musica Antica.
Al concerto per la celebrazione della Festa Nazionale della Catalogna di Roma hanno suonato: Carles Magraner (viella e viola), Aziz Samsaoui (cura saz o chitarra saracena, santur, oud e qanun), Jota Martinez (liuto arabo, ghironda, citola), Eduard Navarro (duduk, mizmar, zurna, cornamuse e ciaramelle) e Paul Ballester (percussioni).