mercoledì 23 marzo 2016

http://www.nemapress.com/notizie/costume-e-societa/31/il-gremio-dei-sardi-di-roma--100-anni-di-storia-nella-capitale

Il Gremio dei Sardi di Roma: 100 anni di storia nella Capitale

 

 

Antonio Maria Masia,   Il Gremio - Ha + di 100 anni ma ne dimostra 67! Edizioni Nemapress, 2015, € 25,00
430 pagine, centinaia di illustrazioni, un indice dei nomi corposissimo. Questo è il bel libro che Antonio Maria Masia, presidente dal 2010, ha dedicato all’Associazione dei Sardi di Roma, il Gremio,  pubblicato con le Edizioni Nemapress.
Un libro costruito con la pazienza del ricercatore e la “tostorrudagine” del sardo, perché rintracciare i documenti, molti dei quali finiti in archivi anche privati di varie città della Sardegna e non solo di Roma, ricostruire fatti e circostanze non deve essere stato facile. L’Autore ritesse la trama strappata del tempo e ci consegna una vivida testimonianza dell’Associazione, della sua storia, della sua cronaca, a partire dall’ormai lontano 1948, così come la conosciamo nella sua attuale denominazione, ma di fatto costituita fin dal 1914. Il risultato è un grande affresco pieno di luci e di ombre, dettagli e scorci, dove il paesaggio si mescola alle figure dei protagonisti.
Non si tratta di un’asettica lista di nomi e di attività svolte, ma un percorso di indagine, dove è possibile capire in trasparenza la società del periodo, quando a Roma arrivarono uomini da ogni parte di Italia  in cerca di fortuna, di lavoro, di una vita diversa, di dignità.
Nei primi anni della Repubblica, a Roma nascevano le associazioni regionali e tra queste il Gremio che come leggiamo dalla carta costituiva del 1948 perseguiva l’affratellamento fra i soci, la loro assistenza, la valorizzazione dei sardi, soci e non soci, degni di emergere per onestà, capacità e civismo (art. 2)…e per esaltare e potenziare le risorse morali, spirituali e materiali della Sardegna, parte integrante della grande patria italiana.
Il Gremio raduna i Sardi di Roma sotto il segno della Sardegna, persone che per vari motivi hanno lasciato la loro terra ma che non vogliono dimenticare i valori, le tradizioni, il senso di appartenenza, di amicizia che li lega l’uno con l’altro.
La Sardegna non è così lontana dal Continente, sulla cartina sembra essere soltanto un salto di là dal mare. Eppure il senso del lontano è sempre presente nella coscienza di ciascuno. Lo sguardo dei Sardi ha sempre qualcosa di malinconico, una vera e propria “saudade”, che li lega alla loro terra in un modo speciale.
Nelle categorie antropologiche un’isola dovrebbe avere vocazione spiccatamente marinara,  invece il rapporto del Sardo con il mare è di odio e di amore, di limite e di separazione. Le continue aggressioni spinsero le popolazioni sarde ad arroccarsi nell’interno per difendersi e resistere. La tradizione pastorale ha formato uomini  con attitudine al silenzio, alla solitudine, con scarsa propensione alla vita sociale. Il popolo sardo è complesso e a volte contraddittorio. Forse è per questo motivo che ben presto si sono formate diverse associazioni o circoli concorrenti tra di loro, come rilevò amaramente Salvatore Mannironi, presidente dal 1961 al 1971, dicendo che i Sardi sono pocos y mal unidos.  Così Antonio Maria Masia ricostruisce anche i difficili rapporti, le polemiche che animano la storia del Gremio, sempre però con un atteggiamento obiettivo, da storico il più possibile imparziale, con il coraggio di affrontare anche gli “argomenti scomodi” come possono essere stati alcuni pregiudizi, alcune etichette imposte all’Associazione in modo riduttivo e ingiusto.
Via via che si scorrono le pagine si percepisce in modo sempre più chiaro il progressivo e vincente inserimento della comunità sarda nella compagine sociale romana.
Sono molti i grandi nomi della politica, della cultura, delle arti e dello spettacolo che animano la storia del Gremio e che dimostrano come l’Associazione non possa prescindere da una precisa vocazione culturale e non soltanto sociale e ludica.
Antonio Maria Masia apre il volume con un capitolo dedicato al padre fondatore del Gremio, Pasquale Marica, e su quest’uomo insiste in modo particolare, a restituirgli giusta memoria e riconoscenza per i suoi meriti. Si snoda quindi attorno alle successive figure dei presidenti, registrando con pazienza e analisi ogni documento, attività, manifestazione. Come ho accennato prima è impressionante la galleria dei grandi personaggi sardi, protagonisti della storia non soltanto sarda e neppure soltanto italiana ma mondiale. Mi associo a Neria de Giovanni che nella sua affascinante presentazione lumeggia i rapporti di Grazia Deledda con il primo presidente del Gremio, e rimando alla lista che ne fa nella sua densissima prefazione Antonio Casu, ma non si può nascondere che leggere tutti questi nomi uno dietro l’altro e relativi appunto a poco meno di 70 anni fa davvero impressione e ci rende orgogliosi delle nostre radici, e di quanto di importante una regione troppo spesso trascurata ed emarginata sia stata capace di dare e continui a dare al mondo.
E’ solo difendendo la propria identità, avendo ben chiara consapevolezza delle proprie radici, della storia, delle tradizioni che l’uomo diventa capace di relazionarsi con l’esterno, con il nuovo e il diverso. Questo spirito è presente fin nella dedica del libro che l’autore rivolge al fondatore dell’Associazione, Pasquale Marica, e a quanti nel tempo si sono adoperati per “l’affermazione dei valori spirituali e materiali della Sardegna”.
Tuttavia una seconda dedica colpisce e commuove. “A  Toia, per tutto quello che di paziente e non appariscente fa per il Gremio”.  Questa dichiarazione non è soltanto un atto di amore verso la moglie, ma anche il riassunto di ciò che è la Sardegna, un luogo diverso, che sfugge ogni stereotipo italico, dove le persone amano circondarsi di silenzio e agire con pazienza, in un modo quasi magico che ci stupisce, come se le cose si fossero fatte da sole, cresciute come un seme nell’ombra.

http://www.portaleletterario.net/notizie/arte-e-cultura/524/da-fidia-a-michelangelo--le-lineee-magiche-di-una-corrispondenza
Da Fidia a Michelangelo: in un libro le lineee magiche di una corrispondenza

Luigi de Mitri va raccontando di pari passo la vita e le opere principali dei due artisti. A supporto richiama un notevole apparato figurativo, in cui particolarmente preziosi appaiono i disegni che lui stesso ha fatto
Michelangelo Buonarroti, Adamo, Cappella Sistina

 Fidia, Cefiso, Partenone

 Michelangelo Buonarroti
Studio per Adamo, British Museum




Michelangelo Buonarroti, Dio fluviale, Casa Buonarroti, Firenze 






 Torso del Belvedere,  Sala delle Muse -  Museo Pio Clementino (Musei Vaticani)

venerdì 18 marzo 2016

Con il "Gremio dei Sardi" Nuovo appuntamento al cinema: Incontro a Roma con il regista Antonello Grimaldi

 http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2016/03/15/con-il-%E2%80%9Cgremio-dei-sardi%E2%80%9D-nuovo-appuntamento-con-il-cinema-incontro-a-roma-con-il-regista-antonello-grimaldi/#more-4323

 



L’Associazione dei Sardi il Gremio di Roma continua il suo percorso di diffusione e conoscenza del cinema sardo con la collaborazione della Cineteca Nazionale, della  Fasi (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia) e della Cineteca Sarda. Il programma è stato come sempre curato da Franca Farina.
Mercoledì 9 marzo il nuovo incontro è stato dedicato ad Antonello Grimaldi, notissimo regista sassarese. Sono stati proiettati Nulla ci può fermare (1990), Il cielo è sempre più (1996), il documentario Sassari una città (1990) e infine Un delitto impossibile (2000). La sala del Cinema Trevi era stracolma per l’occasione e a conclusione del dibattito ciascuno si è intrattenuto  a conversare e a gustare i prodotti sardi, offerti dal Gremio.     
Durante il dibattito, moderato dal presidente del Gremio Antonio Maria Masia, al quale sono intervenuti Fabrizio Bettelli, Giancarlo Concetti, Valerio Jalongo,Vanni Fois, Daniele Luchetti, Paolo Parisi Presicce, Gualtiero Rosella e altri allievi della Scuola Gaumont, Antonello Grimaldi ci ha raccontato molto di se stesso e dei suoi film. Delle sue passioni cinematografiche e del suo legame con Sassari, la sua città. Di tecnica cinematografica, e di cosa sia diventato il cinema nel tempo. Delle speranze e delle delusioni, con quel tono bonario e malinconico insieme che ci fanno riconoscere l’uomo sardo ancor prima che nell’intonazione.
Una parola che è stata usata molte volte durante la serata per definire il suo cinema è “attualità”. Verissimo. Prendiamo il film Il cielo è sempre più blu. Le storie raccontate sono le stesse di oggi, soltanto che quelle sembrano piccole, perfino ingenue mentre simili vicende oggi sembrano essere diventate enormi, come dilatate, tracimate, estremizzate. L’omicidio a martellate da parte del figlio adolescente, il suicidio, la rapina a mano armata, la mancanza di lavoro, la crisi economica, e quindi i debiti e i ricatti sono storie di ieri come di oggi, ma che viste nei panni e nelle acconciature ormai vintage degli anni ’90 hanno preso quasi un’aura di premessa archeologica. La differenza è che oggi le stesse situazioni sembrano essere arrivate a un punto di non ritorno, svelandoci il lato più sinistro dell’evoluzione umana come un’esponenziale abitudine all’oscurità, al male.
Ogni episodio del film si intreccia con un altro e si risolve in poche scene. Non si tratta di un’opera a episodi ma a microepisodi, anzi dei Twitter-film ante litteram, eppure credibili, emozionanti, chiusi e conclusi. Rappresentano in modo formidabile anche la realtà di oggi e usano le stesse parole. Grimaldi rivela di aver seguito con attenzione Nashville di Altman, ma certo Il cielo è sempre più blu possiede un’impronta italiana e non solo nell’ambientazione, nei ritratti e nella società descritta, ma anche nel solco dei film a episodi che discendono dagli anni ’50 con Blasetti e che si evolvono con i gloriosi a sketch.
Il cielo è sempre più blu allude a una impassibilità apollinea sopra un’umanità disperata, proprio come la canzone di Rino Gaetano, che con poche parole fornisce una lista di tipi umani e di suggestioni.
Impossibile citare tutti gli attori, i registi, i personaggi dello spettacolo in senso lato che hanno partecipato al film senza far torto a qualcuno. Saranno stati una quarantina, più giovani di vent’anni ma già allora molto talentuosi. Metterli assieme è stato uno sforzo eccezionale possibile solo grazie alla partecipazione amichevole, diluita in tempi lunghi. Le riprese del film sono durate per ben due anni.
Mi ha colpito molto l’attenzione alle persone più che ai luoghi. Anche nel documentario su Sassari il regista sembra soffrire di dover stare fermo su un palazzo o un particolare architettonico, e voler invece inseguire i volti delle persone che incappano nella sua macchina da presa, intessendo quasi dei dialoghi di sguardi con loro. Così le finestre hanno sempre qualcuno affacciato e non sono vuote, e le strade sono fotografate nel momento del passeggio pomeridiano.
Non a caso Caos calmo (2008) è girato quasi tutto attorno a una panchina. La scelta del protagonista (Nanni Moretti) di superare lì, in quella piazza anonima il suo debito con il dolore calza benissimo con le intenzioni del regista Antonello Grimaldi. E colpisce come la scena del salvataggio in mare sia sempre stretta sugli attori e il mare sia denso e plastico, forse in una delle poche scene in cui Antonello Grimaldi si sofferma a rappresentare la natura dando corpo a tutte quelle paure ancestrali del sardo con il mare e lo spazio aperto così ben descritte da Giuseppe Dessì.
Ad Antonello Grimaldi interessa tutto ciò che umano. Descrive l’umanità con affetto, mai con disprezzo o in modo distaccato. Forse è lì la vera attualità dei suoi film. Il carattere dell’uomo viene influenzato dalla storia e dalle contingenze, ma i veri sentimenti rimangono sempre gli stessi. Gioia, dolore, bontà e cattiveria sono in fondo sentimenti atavici che non potranno cambiare mai e nessuno smettere di indagare. Questo Antonello lo sa molto bene.

Filmografia di Antonello Grimaldi

Regista

Attore
Sceneggiatore
  • Il cielo è sempre più blu (1996)
  • Asini (1999)

sabato 3 gennaio 2015

domenica 12 ottobre 2014

http://www.zenit.org/it/articles/lev-pubblica-l-enchiridion-della-famiglia-e-della-vita


http://www.libreriaeditricevaticana.va/content/libreriaeditricevaticana/it/novita-editoriali/enchiridion-della-famiglia-e-della-vita.html

http://www.zenit.org/it/articles/lev-pubblica-l-enchiridion-della-famiglia-e-della-vita

mercoledì 8 agosto 2012

VIA DONNA OLIMPIA - Una strada piena di storia e di storie



www.portaleletterario.net


Fa sorridere che subito dopo aver attraversato Via Vitellia, la Via 8 Marzo Festa della donna confluisca in una strada dedicata a Donna Olimpia, la famigerata Donna Olimpia Maidalchini, che certo non rende troppa giustizia al genere femminile.
Via di Donna Olimpia taglia da nord verso sud Monteverde. Ancora negli anni ’50 era luogo di confine con la città che qui cedeva alla periferia, “ai prati abbandonati, pieni di gobbe e ponticelli…” come scriveva Pier Paolo Pasolini, o come Attilio Bertolucci: “ancora non tutta fabbricata, di primavera presto visitata ancora da greggi di pecore abruzzesi, come ai tempi di Stendhal o di D’Annunzio…”.
Una “borgata particolare”, come spesso viene definita, che a partire dal suo nome contiene storia e storie, pur essendosi formata in tempi piuttosto recenti.
Il nome. Come abbiamo detto, la via è intitolata a Donna Olimpia, che visse dal 1594 al 1657 e che per scampare al convento non si peritò di accusare il suo direttore spirituale di tentata seduzione. Attraverso due opportuni matrimoni divenne ricchissima e potentissima. Cognata di Papa Innocenzo X, aveva infatti sposato Pamphilio Pamphilj. Una donna i cui eccessi furono dovuti ad ambizione e avidità più che ad altre intemperanze, cinica e assai chiacchierata, su di lei giravano aneddoti e pettegolezzi in gran numero. Ad esempio, pare che per arrivare ai favori del papa si dovesse prima pagare pedaggio alla cognata. Bernini ottenne la commessa della fontana di Piazza Navona solo dopo averle regalato un modello in argento di notevoli dimensioni.
La papessa, come era soprannominata, non si pose scrupoli pur di accusare di spionaggio il cardinale Giovanni Battista Pallotta ed egli senza mezzi termini rispose che “era bene una vergogna che il governo di Roma stesse in mano di una puttana”.
Ancora nei pressi di Porta San Pancrazio, adiacente a Villa Pamphilj, vi è un’arcata dell’acquedotto di Traiano, poi ripristinato da papa Paolo V, detto “Arco di Tiradiavoli” perché scavalca la Via Aurelia antica, anch’essa detta un tempo Via di Tiradivoli, strada che Donna Olimpia avrebbe percorso su una carrozza fiammeggiante in fuga con due casse piene d’oro che aveva rubato, tirandole via da sotto il letto, al cognato appena defunto. La carrozza sarebbe stata trainata dai diavoli che l’avrebbero fatta sprofondare nelle viscere della terra, giù all’inferno. Prende lo stesso nome anche il fosso di Tiradiavoli, la marrana formata dalle sorgenti della Valle dei Daini di Villa Pamphilj e che attraverso la valle percorsa da Via Donna Olimpia scendeva verso il Tevere. Il fosso fu interrato dalla costruzione delle case popolari che si affacciavano lungo la strada, che non a caso fu poi intitolata con il nome della “papessa”.
La borgata di Donna Olimpia nacque per bonificare l’area degradata dalla presenza della fabbrica C.L.E.D.C.A. a partire dal 1931. Per allontanare gli strati sociali più poveri o indesiderati della società e per alloggiare le persone che avevano perso l’abitazione, in seguito agli sventramenti del centro per la monumentalizzazione della Roma fascista, tra gli anni ’20 e ’30 furono costruite delle case “popolarissime”, convenzionate con l’Istituto Case Popolari. Venne edificata ai margini della città, come altre borgate in questo periodo. Tra i documenti ufficiali, Donna Olimpia compare dunque denominata “borgata”, se pure questo nome non sia mai piaciuto ai suoi abitanti. La zona fu scelta per il suo basso costo, vista l’insalubrità dell’area invasa dalla fabbrica, ma anche perché offriva un potenziale sviluppo in tempi brevi e per la contiguità con il quartiere borghese di Monteverde Vecchio, della Stazione di Trastevere e l’Ospedale Forlanini che fu costruito in quel periodo. Così nacquero i due casermoni di Piazza Donna Olimpia al civico 5 e in Via Donna Olimpia al n. 30. 

  

Sono stati cancellati dai colpi di scalpello i fasci littori che siglavano ciascun palazzo. Solo rimane la data, 1932, X anno dell’era fascista, all’interno di un cortile. Incancellabile è invece la firma del potere centrale se vista dall’alto: alcuni palazzi, raccolti lungo la strada e le due vie Ozanam e Paola Falconieri, sono disposti in modo da formare in pianta la parola “Dux”. 
 La vita era molto ben organizzata nel quartiere: la siesta del pomeriggio era un rito da rispettare ed era vietato scendere in cortile prima delle 16:00. Era vietato stendere i panni fuori dalle finestre e se gli inquilini non pagavano l’affitto venivano subito sfrattati e trasferiti in case più povere, con il wc in comune. 

La scuola elementare Giorgio Franceschi fu edificata nel 1939 ma durante la guerra fu destinata a ospitare i militari, mentre dopo fu abitata dagli sfollati. Nel marzo del 1951 l’ala sinistra della scuola crollò per cause non chiare. Ci furono molti feriti e quattro persone trovarono la morte, tra questi la madre di Riccetto, uno dei protagonisti di “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini. 


Negli anni del dopoguerra si mescolavano e durarono a lungo povertà e rinascita, tracce del dolore appena vissuto e speranza gioiosa. Arrivavano a Roma uomini di cultura, spesso semplicemente trasferiti per lavoro, molti erano insegnanti nelle scuole, o attratti dalla “grande uccelliera” come scrisse Giorgio Caproni di Pasolini che ebbe una “sua precisa volontà, già allora, di spendere in tutto la ‘monedita dell’alma’ da protagonista e non da semplice figurante”.
Giorgio Caproni arriva a Roma da Genova. Attilio Bertolucci si trasferisce qui dalla pigra provincia di Parma. Emilio Gadda è milanese e approda nella capitale dopo aver girovagato a lungo in Italia e nel mondo. Vivono nel quartiere di Monteverde Vecchio, in Via Carini e Pio Foà, Viale dei Quattro Venti. Timidi e schivi tutti e tre si rinchiudono nelle loro strade e probabilmente poco si avventurano nella borgata. “Un senso di solitudine terribile”, scrive ancora Caproni e il suo sguardo “di fulminato spavento” in una giornata di vento “genovesardo” sono alcune frasi che ben spiegano lo stato d’animo del poeta.
Diverso Pier Paolo Pasolini che arrivò a Roma nel 1953 e visse in Via Fonteiana, la strada che sbuca in Via Donna Olimpia, in un appartamento di due stanze. In seguito si trasferì in Via Carini, nello stesso stabile in cui abitava il suo amico Bertolucci.
Ma Pasolini era amico di tutti a Monteverde ed era un punto di riferimento per gli amici, l’uomo forte e fragile, “che pur conservando i suoi modi così discreti e quasi direi trattenuti”, scrive ancora Caproni, sapeva vivere e affrontava il mondo senza paura. Sono molte le voci di chi lo ricorda scendere con i ragazzini in Via Donna Olimpia e da lì a giocare a pallone e a zecchinetta, oppure a fare il bagno nel fontanone di Villa Pamphili o nel Tevere, ai piloni del ponte Marconi. Donna Olimpia e le vie vicine riempiono e ispirano profondamente molti versi e romanzi di Pasolini. Scritti che ogni abitante di Monteverde e in particolare della borgata conoscono, devono conoscere. Scritti pieni di immagini e di odori, soprattutto di voci, le voci dei “Ragazzi di vita”. Una realtà fotografata in modo anche livido e brutale, ma sempre ricolmo di solidarietà e tenerezza. Un inno d’amore verso questa gente che abitava in palazzi che “si alzavano fino alla luna”.


Le storie di Via Donna Olimpia non finiscono con Pasolini. Memorabile è quello che successe il 16 marzo 1981 al civico 152. Due della Banda della Magliana, Marcello Colafigli, “Marcellone”,  e  Antonio Mancini, “Accattone”, piombano in casa di Maurizio Proietti, detto “er Pescetto” e lo uccidono per vendicare l’assassinio di un membro della Banda, Franco Giuseppucci. Gli spari però attirano l’attenzione di una volante della polizia che passava per caso proprio in quel momento. Rino Monaco, allora capo della squadra mobile, ricorda la sua cattura più esaltante: “Colafigli, che dopo avere ucciso uno del clan rivale dei Proietti fuggì lungo i tetti di Donna Olimpia, e io appresso, pistola in pugno. Alla fine ci trovammo faccia a faccia, lassù, dopo trecento metri di corsa spericolata, pistola contro pistola. Ma lui comprese che era finita e si arrese”.
 
Anche Via Donna Olimpia è stata scelta come set per ambientare alcune scene di film. Qui sono stati girati, ad esempio, “Poveri ma belli” (1957), a regia di Dino Risi, e “Celluloide” (1996) di Carlo Lizzani, che racconta la storia del capolavoro di Rossellini “Roma città aperta”.
Oggi questa strada nelle belle giornate si accende di sole e fa brillare gli alberi che corrono stretti ai due lati della strada. Le case popolari di una volta oggi sono abitazioni molto ambite e cercare le tracce del passato diventa sempre più difficile. Una targa nei pressi di Piazza Donna Olimpia, in via Abete Ugone, proprio su un muro della scuola elementare “Franceschi”, ricorda Pasolini. Poco lontano, in Via Ozanam si apre una porticina tappezzata di riragli di giornale e foto del poeta. All’interno quadri pieni di colore. E’ lo “scrittoio”, il centro culturale gestito da Silvio Parrello, uno dei ragazzi di vita, il “Pecetto”, che scrive e dipinge anche lui.     Tracce malinconiche di un passato che però era povero e difficile e che solo il romanticismo che ammanta le cose finite può ancora far rimpiangere.







sabato 23 giugno 2012

GIUDIZIO O PREGIUDIZIO. LUOGO COMUNE O VERITÀ: GLI ITALIANI ATTRAVERSO LO SGUARDO DI STENDHAL



Innamorarsi dell’Italia è facile. È un paese che per varietà e bellezza dei suoi paesaggi è unico al mondo. Su un’estensione relativamente modesta, l’Italia contiene tutto. E non basta conoscere una sola regione, una città per pensare di averla vista e capita: ogni luogo ha peculiarità, tradizioni, scenari, arti e caratteri completamente diversi gli uni dagli altri.
Lo capirono molto bene i viaggiatori del Grand Tour, il viaggio che a partire dalla seconda metà del ‘700 ogni giovane aristocratico doveva fare per completare la propria educazione.
Leggere i diari dei viaggiatori stranieri in Italia apre a squarci visionari di un mondo da sogno. Un luogo meraviglioso che i celebri versi di Goethe racchiudono nell’occhio giallo o arancio degli agrumi, nell’aria celeste e dolce di un paradiso in terra:

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Nel verde fogliame splendono arance d’oro
Un vento lieve spira dal cielo azzurro
Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro
Lo conosci tu bene?
Laggiù, laggiù
Vorrei con te, o mio amato, andare!
Eppure accanto alla perfezione dei luoghi c’è sovente il disappunto o la critica verso gli italiani, descritti un po’ come cialtroni – specialmente i vetturini e gli albergatori rapaci – come eccentrici o sanguigni, eleganti o vanesi, ma giudicati in modo sempre troppo frettoloso per essere credibili, come se fossero osservati attraverso un vetro appannato. Il risultato è lo stereotipo, è la vaghezza del luogo comune.
Sempre Goethe scrive in occasione del suo secondo viaggio in Italia, tra marzo e giugno del 1790:

L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,
ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.

Onestà tedesca ovunque cercherai invano,
c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;
ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida,
e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo.
Non è più questa l’Italia che lasciai con dolore.

È chiaro come l’Italia fosse sostanzialmente sempre la stessa nei due anni che separano il primo dal secondo viaggio di Goethe, e che piuttosto fosse lui a essere cambiato; il giudizio sugli italiani era in realtà la proiezione di un suo disagio, il risultato di una cattiva disposizione d’animo, che il Paese comunque tanto amato non avrebbe potuto guarire.
Parole simili a quelle di Goethe si ripetono come cantilene nelle guide, nelle relazioni, nei diari, negli epistolari della maggioranza dei viaggiatori stranieri, e l’impressione è che essi fossero abbagliati dalla forza di una bellezza unica e antica, ma condannati a goderne da soli, bloccati da una diffidenza che non li faceva entrare in reale contatto con le persone. Uomini forzati al soliloquio, o al massimo disposti a dialogare con le statue.
La fascinazione esercitata da un freddo e perfetto corpo di marmo diventa un vero e proprio topos letterario. Come non ricordare la sinistra Vénus d’Ille di Prosper Mérimée, o la purezza della Venere de’ Medici della Galleria degli Uffizi descritta minutamente dal Marchese de Sade (Voyage d’Italie) o l’emblematico episodio raccontato da Maupassant in visita appositamente al Museo di Siracusa per contemplare la copia di un’opera di Prassitele, la Venere Landolina:
«…è una donna ed è anche il simbolo della carne… Essa non ha la testa. Che importa! Il simbolo è diventato completo… Questa forma di marmo è l’inganno ideato dall’artista, la donna che nasconde e mostra il mistero della vita» (La vie errante).
Questo motivo letterario riscuote grande fortuna e perdura nel ‘900 nella ragazza raffigurata su un rilievo antico che incede mollemente e nel passo sembra prender vita, ossessionando il professore tedesco della Gradiva di Wilhelm Jensen (analizzato anche da Freud), o nella variazione della statua come viva creatura mitologica, la Lighea di Tomasi di Lampedusa, racconto degli ultimi anni della sua vita.
L’innamoramento per l’antico e la scoperta dell’archeologia discendono da un teorico formidabile: Johann Joachim Winckelmann, che per primo teorizzò il canone della bellezza neoclassica, una bellezza formale e perfetta. Corpi sovraumani la cui candida politura del marmo privava di qualsiasi imperfezione. Ed è qui il motivo del viaggio: la ricerca di una bellezza astratta e arcana, avulsa dal presente, come le rovine che affiorano dalla terra. Colossi di pietra che lasciano stupefatti e come in un gioco di Medusa pietrificano chi li contempla.
Ancora all’antichità risale la tendenza a giudicare in modo generico e definitivo il carattere dei popoli. I greci attribuivano la propria superiorità alla felicità del proprio clima e alla posizione geografica della penisola ellenica, come leggiamo nel trattato ippocratico Sulle arie, le acque, i luoghi. Non solo: le istituzioni influenzerebbero il carattere di un popolo, ed Erodoto spiega così la vittoria dei Greci sui Persiani. Tale principio si ripropone spesso nelle tragedie, ad esempio in Euripide che, nell’Ifigenia in Aulide,  fa dire alla fanciulla: «è naturale che i Greci comandino sui Barbari e non i Barbari sui Greci, essi infatti sono schiavi, noi invece liberi» (vv. 1400-1401). Maggiore autorevolezza assume Aristotele: «I popoli d’Asia hanno natura intelligente e capacità nelle arti, ma sono privi di coraggio per cui vivono continuamente soggetti e in servitù: la stirpe e gli Elleni, a sua volta, come geograficamente occupa la posizione centrale, così partecipa del carattere di entrambi perché, in realtà, ha coraggio e intelligenza, quindi vive continuamente libera, ha le migliori istituzioni politiche e la possibilità di dominare tutti, qualora raggiunga l’unità costituzionale» (Politica, 1327b 26-34). Si arriva in questo modo a giustificare il primato di una razza eletta, quella dei Greci, sul resto del mondo e si comprende bene come nei secoli successivi la teoria aristotelica venisse applicata su scala universale per tutti i «diversi»: i barbari, i nemici o semplicemente chi professasse religioni o idee diverse.
Lo stesso pensiero è ripreso da Montesquieu, che però sposta il baricentro geografico: «Nei climi nordici troverete popoli che hanno pochi vizi e molte virtù, grande franchezza e sincerità. Avvicinatevi al mezzogiorno, e avrete l’impressione di allontanarvi dalla morale stessa: passioni più vive moltiplicheranno i delitti; ciascuno cercherà di prevalere sugli altri per dare più libero sfogo a queste stesse passioni. Nei paesi temperati troverete invece popoli incostanti nel loro comportamento, sia nei loro vizi, sia nelle loro virtù; il clima non è sufficientemente caratterizzato per determinare con maggior precisione i loro caratteri. Il calore in certi climi può essere così eccessivo da privare totalmente il corpo della sua forza. La fiacchezza si comunicherà allora allo spirito stesso; non si avrà più alcuna curiosità, alcun desiderio di nobili imprese, alcun sentimento generoso; le inclinazioni saranno tutte passive; la felicità sarà identificata con la pigrizia».
È presto detto: il razzismo è una convenzione. È l’appropriazione del primato di chi in quel dato momento storico detiene il potere. La frase trita che la storia la scrivono i vincitori è quanto mai vera. L’Italia fu a lungo preda e terra di conquista e la prima cosa a essere violata fu la dignità del suo popolo. Non a caso il processo che guidò all’unificazione del Paese, alla metà del XIX secolo, costò dolore e sangue ma fu anche uno dei momenti in cui più forte nella storia fu il senso di appartenenza al sentimento nazionale.
Emblematica la posizione di Charles Dickens: «Lasciamo l’Italia con tutte le sue miserie e i suoi torti, con rimpianto, nella nostra ammirazione delle bellezze naturali e artistiche, delle quali trabocca, e nella nostra tenerezza verso un popolo, d’indole naturalmente buono, paziente e dolce. Lunghi anni di trascuratezza, d’oppressioni, di malgoverno hanno lavorato per cambiarne la natura e deprimerne lo spirito; miserabili gelosie, fomentate da Principi meschini ai quali l’unione significava distruzione e la divisione forza, sono stati il cancro della radice della sua nazionalità e gli hanno imbarbarito la lingua; ma il bene che fu sempre in lui, è ancora in lui: e un nobile popolo si può un giorno sollevare da queste ceneri. Intratteniamo questa speranza!» (Pictures from Italy, 1846).
Egli difese l’Italia e gli italiani anche in privato, in una lettera a Herly Forthergill Chorley, che aveva criticato gli italiani nel suo romanzo Roccabella: «Io non sono della vostra opinione per quanto riguarda gl’italiani. Pensate, se voi e io fossimo italiani, e fossimo cresciuti dall’infanzia ad ora minacciati continuamente da confessionali, prigioni e sgherri infernali, potremmo voi ed io essere migliori di loro? Saremmo noi così buoni? Io, se ben mi conosco, no».
Ma Dickens è l’espressione di una mentalità nuova, attenta ai fatti d’Italia. Conobbe Mazzini, Gallenga, Manin. Diede aiuto e protezione a Poerio e ai rifugiati napoletani a Londra, mettendo a loro disposizione il suo giornale, l’Household Words, per la propaganda delle loro idee. In poco più di mezzo secolo molte cose erano cambiate e le parole di Goethe o di Montesquieu diventano ancora più intollerabili.
Tra questi due poli emerge un uomo singolare: Stendhal. Come ebbe a dire Paul Valéry: «Stendhal è se stesso in modo troppo particolare perché sia riducibile a uno scrittore». A chi gli chiedeva quale fosse la sua professione egli, infatti, rispondeva: «osservatore del cuore umano» (M. Crouzet, Stendhal. Il signor Me stesso).
La sua esperienza italiana è diversa da quella dei suoi contemporanei. La sua permanenza nella penisola fu molto più che un viaggio di piacere o di formazione. Il suo rapporto con l’Italia sembra la confluenza e il superamento delle idee che lo avevano preceduto.
In lui troviamo idee in conflitto molto interessanti che vale la pena di approfondire. In modo sommario possiamo dire che egli rappresenti lo spartiacque tra la fine (o il fallimento?) dell’Età dei lumi e l’inizio del Romanticismo.
Henry Beyle arrivò in Italia nel giugno del 1800 come sottotenente di cavalleria, al seguito dell’armata napoleonica. Attraversò il San Bernardo e un nuovo mondo gli si aprì dinanzi: l’Italia, «il cui cielo è la felicità dell’uomo». Tutto sembrava promettere vittorie e conquiste ma quello stesso giorno dovette fare i conti con qualcosa di molto più potente: la musica.
Si trovò ad assistere per la prima volta al Matrimonio Segreto di Cimarosa in un teatro di Ivrea o di Novara, non si sa con precisione. L’attrice che interpretava Carolina era sdentata, di sicuro nel teatro non vi era lo stesso sfavillio che avrebbe vissuto qualche giorno più tardi alla Scala di Milano, ma il suono della lingua italiana entrò subito dritto nel suo cuore e gli era misteriosamente comprensibile, svelando «l’autentica anima del Paese»: «Vivere in Italia e ascoltare musica come quella divenne la base di tutti i miei ragionamenti» (Vie de Henry Brulard, cap. XLVI).
A Milano, amò molte donne e non sempre fu corrisposto.
 «4 marzo 1818: “Principio di una grande frase musicale”» è la metafora che inizia il racconto del suo più grande e disperato amore, Métilde Viscontini Dembowski, donna sposata che mai si diede a lui.
Il cielo, la musica e l’amore. Tre ingredienti che lo legarono per sempre a una terra che divenne la sua, a costo di fuggire di continuo e viaggiare sotto falso nome, lui legato a Napoleone ormai caduto, continuamente braccato dalla polizia. Riuscì anche a ricoprire delle cariche di ambasciatore, che gli permisero non solo di vedere, ma di «vivere» l’Italia.
Dicevamo la musica come cifra per capire davvero senza ambiguità il nostro Stendhal. È infatti la cartina al tornasole che lo scrittore utilizza per capire il suo prossimo. Il modo in cui la musica veniva ascoltata era la rivelazione profonda dell’essere. «La musica è la pittura delle passioni», scrive nella prefazione del Rome, Naples et Florence, in poche parole un manifesto del Romanticismo: dalla linea grafica e razionale dell’arte neoclassica si passa all’infinito della sfumatura, all’emozione del colore.
A Milano la musica era gioia ed esaltazione e della Scala come luogo di magie si è già accennato. Lo stesso a Bologna, terra di passioni e di piaceri è, neppure a dirlo, terra di musica. A Napoli il Teatro San Carlo lo esalta: «Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. [...] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea» e ancora: «Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è un colpo di stato. Lega il popolo al Re più della migliore delle leggi». In questa atmosfera dorata apprezza il modo partecipe e vivace di ascoltare la musica. Tutto il contrario dei fiorentini, fermi e compunti. Una sera va al teatro del Hhohhomero, è così che si pronuncia Cocomero (l’attuale teatro Niccolini di Via Ricasoli): «Sono furibondo contro questa lingua fiorentina, così celebrata. In un primo momento mi è parso di sentire dell’arabo, e non si può parlare svelti». Anche a Firenze impazza Il Barbiere di Siviglia. Allestimento e rappresentazione sono modesti e mediocri, ma gli danno modo di scoprire il carattere dei fiorentini. «L’istinto musicale mi fece vedere, sin dal giorno del mio arrivo, qualcosa di inesaltabile in tutti quei volti; e la sera non restai affatto scandalizzato del loro modo saggio e corretto di ascoltare il Barbiere di Siviglia… Arrivando da Bologna, terra di passioni, come non restare colpiti da qualcosa di ristretto e di arido in tutte quelle teste? L’amore-passione s’incontra di rado tra i fiorentini» (Rome, Naples et Florence).
Sappiamo che imparò ad amare lentamente Roma, all’inizio bersaglio di critiche feroci.


Col tempo, la città finisce per sedurlo. Nelle Promenades dans Rome, altra geniale guida turistica scritta tra il 1827 e il 1829, l’atteggiamento di Stendhal è mutato: si immerge nell’atmosfera dei suoi vicoli, nelle sale dei musei, dei palazzi, nell’ombra delle Chiese. E non è solo la bellezza artistica ad attirarlo: scopre il carattere appassionato dei romani, del popolo che ha «la forza di Giovenale unita alla follia dell’Aretino». Non l’aristocrazia romana, che gli appare debole, immersa in una sterile voluttà, non l’ipocrisia degli intellettuali, ma le persone che vivono per strada, folli di vita e teneri in amore, giocosi, impulsivi, ai quali basta un niente – così nella sua mitizzazione – a scatenare risse e uccidere. Una natura sanguigna e vitale, dovuta alla mancanza di «educazione», all’isolamento secolare trascorso sotto il «ricatto» papale. Passione e impeto, che al lampo del coltello affiancano la felicità bambina nell’ascoltare le musiche del Barbiere di Siviglia, rappresentato al Teatro Argentina. Allora vi fu una festa che durò tutta la notte, con banchetti, balli, canti: Rossini fu portato in trionfo sulle spalle attraverso le vie. La Roma pagana, dionisiaca, feroce era tutta lì. E tanto bastò a Stendhal.
Insomma, la novità essenziale è che egli si immerse nell’umanità italiana, coltivò amicizie, frequentò assiduamente i salotti che inondava della sua logorrea, amò donne italiane.
Quando si vuole trattare del rapporto di Stendhal con l’Italia, si tende a citare singole frasi come aforismi la cui lapidarietà finisce per congelare il suo pensiero. In realtà non ha molto senso se non quello di offrire divertimento e meraviglia, alle volte irritazione. Stendhal era un grafomane «che scriveva perfino sulla carta», come ebbe a dire il suo biografo Crouzet. Per avere un quadro più equilibrato e vero occorre leggere molto e fare attenzione ai tempi. E Stendhal scrisse moltissimo e ovunque si trovano pensieri fulminanti, osservazioni argute, riflessioni a volte profonde, altre volte perfino superficiali e contraddittorie. Offre catalogazioni da entomologo, stereotipate come quelle di Montesquieu o guide geniali come era stato il ben più antico Journal du voyage en Italie par la Suisse et l’Allemagne di Michel de Montaigne.
La Piccola guida per il viaggio in Italia (1828), concepita come libretto tascabile, è un vero prontuario dedicato al suo amico Romain Colomb, in partenza nella penisola. Con un linguaggio ridotto all’essenziale, in forma di lista, i verbi all’infinito quasi come il dettato di un robot - numeri, cifre, costi appuntati con precisione maniacale - sembra voler proteggere dai pericoli e dalle truffe e tradisce un atteggiamento francamente prevenuto, ma che non si riesce di smettere di leggere, divertentissimo. È la guida che tutti vorremmo avere quando si giunge in un paese sconosciuto, ma certo assolutamente insufficiente per comprendere il Paese.
Profonda e vivida è Rome, Naples et Florence, molto più di una guida turistica, non un semplice e dotto diario da Grand Tour, ma un’esplorazione  intima in cui, come sempre, la descrizione dei luoghi respira insieme ai diversi caratteri degli uomini che vi abitano, per cui un lombardo è già molto diverso da un toscano o da un emiliano, sembrando alimentare quei luoghi comuni che dividono da sempre gli italiani. È vero che molte critiche sono in realtà le reazioni di chi si sente rifiutato, come nel caso di Trieste, ritenuta troppo «tedesca» e poco italiana, dove rimase quattro mesi nella vana attesa dell’exequatur, che gli avrebbe riconosciuto la carica a console.
Quest’opera è il resoconto dell’Italia dopo la caduta dell’impero e l’avvento della Restaurazione. Scrive in apertura: «Chi legge, seguirà lo sviluppo naturale dei sentimenti dell’autore. Comincia coll’occuparsi di musica: la musica è la pittura delle passioni. Vede i costumi degli italiani: di qui, passa ai governi che danno vita ai costumi e, infine, all’influenza di un uomo [Napoleone] sull’Italia. Infelice destino del nostro secolo: l’autore non voleva che divertirsi, e il suo quadro finisce offuscato dalle tinte cupe della politica». E qui c’è forse la chiave di tutto: il rifiuto a partecipare alla vita politica e l’inevitabilità di non poterle sfuggire.
Aleggia sempre la figura di Napoleone, al quale fu legato più da una fascinazione, un vero innamoramento dell’uomo carismatico, piuttosto che dalla condivisione delle idee politiche.
A Milano si innamorò di Métilde e a causa sua dovette lasciarla per tornare a Parigi, sia per la delusione di non essere corrisposto, sia perché, sospettato dalla polizia austriaca di un suo coinvolgimento nei moti del 1821, fu espulso. La donna, che contava tra gli amici più cari Ugo Foscolo, ospitava infatti nel salotto di piazza di Belgioioso liberali e patrioti ed ebbe parte attiva nella carboneria.
Stendhal era convinto che l’acquisizione di una coscienza politica per i milanesi fosse «entrare nell’attesa del futuro, nella parzialità, nella divisione istituzionale degli spiriti e degli animi; stavano per diventare meno “milanesi”, più simili a tutti gli europei» (Crouzet).
L’Italia era percepita come un’indistinta forma mitica, dove godere di piaceri avulsi dalla verità quotidiana e pertinenti piuttosto a soddisfare un Io-singolare, dove non esiste l’attenzione al sociale, ma si pensa a se stessi, dove al fare si contrappone «il privilegio quasi divino dell’essere» (e da qui la contrapposizione nord-sud). Un edonismo che rovescia quello che è giusto da quello che non lo è e rende razzista essere a favore, tanto quanto è razzista essere contro, osserva ancora Crouzet. Leonardo Sciascia avanza più di una perplessità, chiedendosi quale sarebbe stato l’atteggiamento di Stendhal rispetto alla mafia, perché «ciò che angustia e angoscia ogni siciliano di retto sentimento e ragione, per Stendhal sarebbe stato motivo di attrazione, di amore e di esaltazione» (L’adorabile Stendhal).
Nell’elenco dei piaceri per «le teste leggere che vanno in Italia» si vede tutta la vaghezza di Stendhal:
1. respirare un’aria dolce e pura;
2. vedere magnifici paesaggi;
3. To Have a bit of a lover;
4. vedere bei quadri;
5. ascoltare buona musica;
6. visitare belle chiese;
7. vedere belle statue.
(Lettera alla sorella Pauline, 10 ottobre 1824).

La sua visione dell’Italia è stata molto bene compresa da André Suarés: «Stendhal ha creato un’Italia mille volte più italiana di quella che abbiamo sotto gli occhi. Ci ha dato l’Italia che amiamo; da allora, dalle Alpi alla Sicilia, è l’Italia di Stendhal che andiamo cercando». Non quella reale. È una felicità che sfugge alla ragione: «Come fare un racconto un po’ ragionevole di tante follie? Da dove cominciare? Come rendere un po’ comprensibile tutto questo? Ecco che già dimentico l’ortografia, come mi capita nei grandi slanci di passione, e si tratta tuttavia di cose avvenute trentasei anni fa… Che partito prendere? Come dipingere la felicità folle?» (Souvenirs d’égotisme).
Arriva a Firenze per la prima volta il 22 gennaio 1817 e la vede avvicinarsi con il profilo della cupola rossa del Duomo, scendendo da Via Bolognese. Racconta: «I ricordi si affollavano nel mio cuore, non mi sentivo in condizione di ragionare e mi abbandonavo alla mia follia come al fianco della donna che si ama». Lungo le strade non si perde: è come se le avesse già conosciute. Si lancia alla scoperta della città, visita Santa Croce, ne esce con tachicardia e vertigini. Si siede su una panchina della piazza e tira fuori dal portafoglio i Sepolcri: «non vedevo i loro difetti: avevo bisogno della voce di un amico che condividesse la mia emozione». La proverbiale sindrome di Stendhal, appunto, è un malessere, una vertigine al limite della nausea, un carico di emozioni insostenibili.
Questa percezione fantastica di un Paese illusorio non gli impedì di millantare di essere stato in Sicilia, arrivando a descrivere cose che non aveva mai visto. Desiderò molto andarci: vedeva nell’isola un ricco tesoro di storie passionali e morbose da cui attingere, simili a quelle che aveva raccolto nelle sue Cronache Italiane, che non a caso sono datate Palermo 1838, periodo in cui  periodo in cui Beyle fu di sicuro a Parigi (Sciascia).
La Sicilia era nel suo immaginario il luogo molto vicino a quello che sognava dell’Italia: la musica, il cielo, il luogo dell’amore-passione.
Milano rimane comunque la più amata: «…questa città mi piace. Vi ho trovato le più grandi gioie e le maggiori pene, vi ho soprattutto trovato ciò che costituisce la patria, i primi piaceri. Qui desidero passare la mia vecchiaia e morire» (Souvenirs d’égotisme).
È questo: riconoscere, anzi scegliere la propria patria. E la sua patria è l’Italia, anzi Milano.
Sempre nei Souvenirs arriva, fin dal 1821, a progettare l’epitaffio della sua tomba, con il suo vero nome, non i mille pseudonimi di sempre, e in lingua italiana. Una lapide che effettivamente ancora oggi possiamo leggere
nel cimitero parigino di Montmartre, dove Stendhal riposa:
arrigo BEYLE
milanese
scrisse
amò
visse
ann. lix m. ii.
morì il xxiii marzo
mdcccxlii







Pubblicato in AA.VV., Letteratura e sentimento nazionale nel nome di Francesco De Sanctis, Atti del Convegno AICL, Morra de Sanctis  14-15 ottobre 2011, Nemapress, Roma 2012, pp. 251-260.